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mercoledì 18 novembre 2009

13) UN PASSO INDIETRO: LA COMUNICAZIONE
La discussione, a questo punto, deve pero' tornare sui propri passi, riprendendo la tematica della vita di tutti i giorni, a partire dalle relazioni affettive. S'impone innanzi tutto, sostiene Mario, un esame del modo in cui si sviluppa la comunicazione interpersonale nell'odierna organizzazione sociale. Aldo osserva di aver sempre creduto che la comunicazione fosse un fatto neutro, uno strumento utile per trasmettere informazioni e formazione. Fabrizio, per contro, rileva che un conto e' il proprio pensiero ed un conto e' il modo in cui il soggetto a cui ci rivolgiamo, lo percepisce: in mezzo ci sta la comunicazione.
Mario osserva che il problema sta proprio cosi', ma va ancora piu' in la'. La comunicazione appare sulle prime come uno strumento del tutto inerte, posto come un ponte fra due soggetti. Successivamente si nota che esiste una fisionomia specifica di ciascuno dei due soggetti, nonche' una fisionomia del ponte, ogni fisionomia concorre a determinare il risultato, vale a dire cio' che passa attraverso il ponte. Questo e' un problema fondamentale nell'educazione, ma lo e' nella politica, nell'attivita' dei mass media, questo e' un problema fondamentale nella vita sociale, come lo e' nella vita di tutti i giorni.
Solo che nell'attivita' di tutti i giorni, non si ha a che fare con un problema educativo, e neanche politico, neanche giornalistico, e nemmeno sociale: almeno questo e' quello che comunemente si crede. Corrispondentemente viene alzato un muro tra l'attivita' educativa, politica, giornalistica e sociale da una parte, e la vita quotidiana dall'altra. La vita di tutti i giorni viene sterilizzata, per quel che concerne la comunicazione, ed in fondo, quello che pensava Aldo e' esattamente questo: nella vita ordinaria la comunicazione e' mero strumento inerte, nella vita politica, educativa, nell'attivita' dei mass media, la comunicazione e' degna di interesse ed estremamente rilevante.
Due settori diversi dunque: il pubblico ed il privato. Peccato che il muro non abbia alcuna ragione di esistere; esso e' infatti: meramente psicologico. Ovvero corrisponde a quel "pudore" che e' stato notato al principio della discussione, quando si parlava della vita quotidiana.
Sembra di sentire nelle orecchie chi strilla "Si deve parlare in generale, non si devono trattare questioni personali!" Solo che le questioni personali coinvolgono subito il problema della comunicazione, per cui finiscono nella sterilizzazione di tutti gli altri problemi che vi ruotano intorno.
Il soggetto che deve comunicare e' sempre posto davanti ad un'alternativa: comunicare prendendo in considerazione il soggetto a cui e' diretta la comunicazione, o, semplicemente, emettere la comunicazione, indipendentemente da ogni considerazione in ordine al soggetto che deve ricevere la comunicazione. La seconda strada e' sicuramente la piu' difficile, perche' fortemente accidentata.
Essa infatti comporta non solo la conoscenza del soggetto che deve ricevere la comunicazione, ma anche quella del mezzo scelto per la comunicazione: questa doppia conoscenza determina il contenuto della comunicazione. Infatti lo stesso identico contenuto puo' essere comunicato con lo stesso strumento in maniera del tutto diversa, sortendo risultati diversi sul soggetto che riceve la comunicazione.
Il soggetto a cui e' diretta la comunicazione puo' non essere interessato a ricevere comunicazioni o questo genere di comunicazioni, e questo vale sia che questi faccia trasparire o meno la propria disposizione. In ogni caso si tratta di comprenderne le ragioni, non solo logiche, ma, al di la' della logica, assolutamente emotive. Ogni chiusura alla comunicazione, salvo i casi particolari in cui sussistano spiegazioni unicamente logiche, e' determinata dalla paura. Quale colore assume questa paura, sara' questione da affrontare piu' avanti, ma in generale ogni chiusura e' una risposta negativa del nostro apparato psicologico binario: fuggi!
Davanti a questa possibilita' di reazione del soggetto a cui la comunicazione e' diretta, e' possibile una miriade di risposte, ad opera del soggetto che effettua la comunicazione. Oltre a quella gia' esaminata di trascurare completamente l'altro, vi e' quella di blandire la paura. E' la reazione di chi, aspettandosi la chiusura altrui, sviluppa, con la stessa comunicazione, o con altre comunicazioni parallele di tipo diverso, un'attivita' volta a ridurre la paura del destinatario della comunicazione principale, giocata eminentemente sulla confusione emozionale. Il soggetto destinatario viene blandito, perche' gli viene prospettato, in via preventiva, un quadro emotivo falso della situazione. Tale quadro emotivo e' realizzato tramite parole, gesti, suoni o altro. Il soggetto destinatario si confonde e non riconosce piu' come tale la fonte che genera paura, e, conseguentemente, accetta la comunicazione. C'e' pero' un terzo modo di trattare la paura del destinatario, quello piu' difficile, quello materialistico dialettico: affrontare direttamente la paura, con l'analisi delle sue cause, il coinvolgimento del destinatario nella sua rimozione, in sintesi con il contrasto della paura.
Per poter seguire il terzo modus operandi, il soggetto che effettua la comunicazione deve essere in grado di conoscere le sue proprie paure, ed in particolare quelle che lo spingono a blandire, piuttosto che ad intervenire a fondo. Infatti la cosa piu' strana e' che, a fronte di soggetti che cercano di comunicare, si presentano destinatari della comunicazione che manifestano paura, e che alla loro paura fa riscontro la paura del soggetto che vuol comunicare, il quale indietreggia subito verso una scelta, che gia' e' in contraddizione con la propria originaria comunicazione.
In altri termini, dentro il fatto della comunicazione, esiste tutto un problema di paure.
Quando il soggetto che effettua la comunicazione non prende in considerazione il destinatario, la sua comunicazione si traduce in una declamazione; quando il destinatario non e' considerato sotto il profilo del livello delle conoscenze, la comunicazione fluisce nell'astrazione. In simili casi il destinatario non capisce e la comunicazione fallisce il proprio obbiettivo: comunicare.
Quando il destinatario viene blandito, l'oggetto della comunicazione viene modificato dalla nuova base prospettata e si gettano contestualmente le basi per un conflitto successivo col destinatario.
Ora, nella societa' odierna, le comunicazioni si svolgono prevalentemente secondo quest'ultimo schema, e buona parte secondo il primo, ed e' proprio per questo motivo che nella comunicazione finisce paradossalmente per attuarsi l'assenza di comunicazione, e si sviluppa in generale quel comune senso, un tempo chiamato "incomunicabilita'", per cui gli esseri umani si trovano avvolti nella solitudine, pur relazionando con i loro simili.
La comunicazione chiama in causa la paura, ma la paura, quali cause ha alla base?
Infatti se la paura e' solamente una predisposizione derivante nella base animale degli esseri umani, il contenuto di questa paura, varia nel tempo e con l'azione delle differenti forze sociali che hanno operato nella storia. La paura, basata originariamente su fattori naturali, assume progressivamente i colori del sociale. Quando la proprieta' privata non aveva ancora fatto la sua comparsa storica, non sussistevano altre ragioni, per indurre una reazione di fuga, che quelle che tutti gli animali riscontrano, vale a dire il pericolo di aggressione da parte di forze naturali. Tali forze venivano avvertite sulla base dell'udito e del fiuto, piu' che su base visiva.
Ad un certo punto della storia i gruppi umani si sono scissi in classi al loro interno. La classe che ha assunto il dominio, contando sulla propria forza economica e sociale ha imposto agli altri il rispetto dei propri beni con la minaccia di nuovi pericoli e nuove aggressioni. Con il tempo queste minacce si sono sviluppate ed articolate fino a diventare un meccanismo sofisticato, che si articola non solo nelle sanzioni giuridiche, previste nelle leggi degli stati, ma nelle sanzioni economiche e sociali, nascoste nelle pieghe dell'organizzazione economica.
Una nuova paura percepita non piu' con l'ausilio del fiuto e dell'udito, ma avvertita con l'esperienza, con il confronto delle situazioni, con il controllo della propria posizione economica. Una nuova forma di paura, giocata sempre piu' eminentemente sul ricatto economico.
E' proprio il ricatto economico che alimenta le paure, mentre la loro base e' del tutto naturale.
Maggiori sono gli interessi coinvolti e maggiori sono le forze che alimentano la paura.
Fabrizio fa rilevare che il problema e' invece che proprio coloro che costituiscono la maggioranza della nostra societa' divisa in classi, e che rappresentano la massa proletaria, cedono solitamente alla paura, subiscono il ricatto economico. Mario fa rilevare inanzi tutto che il ricatto economico odierno e' molto piu' sofisticato che nel passato. Anche rilevarlo e' piu' difficile. Se nel passato risultava abbastanza evidente che i proletari non hanno da perdere che le loro catene, oggi e' molto piu' difficile vedere che e' proprio cosi'.
Sono proprio le comunicazioni interpersonali che non funzionano agli effetti di questa trasparenza, sono proprio le comunicazioni interpersonali, che si scontrano con i muri. Perche'? Questo e' il vero problema.
Perche' la comunicazione in maggioranza si attua senza contrasto effettivo della paura propria e della paura altrui, ed e' pertanto inefficace.
Apparentemente molte comunicazioni sono caratterizzate dal contrasto: esse esprimono l'ira, anche violenta, nei confronti del potere e delle istituzioni. Tali comunicazioni sono assolutamente comprensibili, ma rappresentano davvero degli sfoghi, fatti per se', per colui che li pronuncia, non per comunicare. Esse si risolvono in mere declamazioni, perche' non affrontano il problema di comunicare, e di comunicare con persone, che non necessariamente si trovano su una identica lunghezza d'onda.
Per comunicare e' necessario considerare le paure proprie e le paure altrui ed attuare una linea, che entri in dialettica col destinatario, per ottenerne una risposta. Ma come?
Il materialista non dialettico rifiuta di riconoscere la propria paura. Il suo principio non e' tanto "io non posso sbagliare", quanto "io non sono uno che ha paura". Da dove tragga questa conclusione e' facile vederlo: la sua analisi della realta' si ferma agli altri, di cui e' in grado di ritrarre i piu' sottili moti dell'animo. Quando si tratta di rivolgere l'arma della critica verso di se', manifesta tutte le esitazioni possibili per potersi non ferire. Normalmente rappresenta un quadro della realta' (sua, personale) monco, privo cioe' di ampi spazi, che egli non intende per nulla considerare. Il materialista adialettico sostiene che essi non sono importanti, che sono secondari nel quadro di se' stesso, omettendo di riconoscere, come insegna la dialettica, che, essendo tutto in movimento, un dettaglio ora secondario, puo' diventare, in altre condizioni, un elemento principale del quadro.
Questo sistema di analisi, l'omissione di una parte del quadro, il materialista metafisico la applica agli altri, e, quando si rapporta con loro tenta di comunicare, spinto proprio dalle proprie paure, con la rappresentazione di quadri monchi del reale. Per questa via egli blandisce il destinatario della comunicazione.
Non si deve pensare che questo modo di agire sia raro: esso e' al contrario estremamente diffuso, e trova tutte le piu' penose giustificazioni teoriche, e non riguarda solo le relazioni con gli altri piu' distanti nella cerchia sociale, ma i propri "cari", le persone piu' vicine, padri, madri, figli, innamorate, fidanzate, mogli... Nella vita quotidiana il sistema di blandire e' in contrasto con l'atteggiamento materialista conseguente: il materialista si batte per rappresentare la realta' per quello che e', compresi i dettagli scomodi.
L'atteggiamento scientifico viene fatto valere nella vita quotidiana, con la coscienza naturalmente che la realta' si disvela agli occhi di chiunque successivamente, pezzo dopo pezzo. E che quindi e' facile cadere nell'inganno e nella menzogna. Ma e' altrettanto necessario rialzarsi e battersi perche' la falsa rappresentazione del reale cessi, e cessi di rappresentarsi alle persone che ci sono piu' vicine.
Ben diverso, altro, ulteriore problema e' quello della circostanza che anche il destinatario della comunicazione ha paura e tende a rifiutare a priori la comunicazione, chiudendosi a riccio.
Il materialista dialettico affronta questo ulteriore problema studiando il modo, la forma della comunicazione.
Questo problema e' del tutto trascurato nel caso di comunicazione-invettiva, come in quello di comunicazione-astrazione, ed ovviamente in quello della comunicazione-blandimento. Nei primi due casi perche' chi comunica gia' crede di aver fatto tutto il necessario, ma trascura il destinatario della comunicazione, nel secondo caso perche' i problemi del destinatario della comunicazione sono affrontati appunto con la forma del blandirlo.
La forma della comunicazione dialettica e' sempre generata dalle caratteristiche dei problemi effettivi della persona con cui si vuol comunicare, dal dibattito interno che questi vive, e si attua acuendo il contrasto interno fra le cause che generano le paure e le ragioni, che militano a favore della scelta individuale di combattere contro tali paure.
Acuire il contrasto interno, contrastare, aiutare le forze interne progressive a prendere il sopravvento nel cervello e nelle emozioni, a dispetto delle chiusure e del ritorno al passato: ecco la linea operativa del materialista dialettico per poter comunicare, nella vita di tutti giorni. A principiare proprio dalle persone piu' vicine.

lunedì 9 novembre 2009

12) IL PESO DEL MATRIARCATO
Siamo tornati, per altro verso, osserva Fabrizio, alla tematica cara a Federico Engels, vale a dire all'analisi della storia delle unioni primordiali ed alla loro evoluzione successiva. Resterebbe incerta invece la individuazione del momento in cui i divieti si sono sviluppati. Mario ritiene che, anche se puo' forse sembrare strano, pur in assenza di dati a comprova di una simile ipotesi, l'eta' dei taboo e' arrivata piuttosto tardi, per cui la famiglia originaria, caratterizzata da relazioni non selezionate tra i sessi, e' durata ben oltre il periodo di evoluzione degli ominidi.
Per ora non esistono dati di nessun tipo che individuino con certezza il momento in cui si e' imposto il divieto. Anche l'esordio del matriarcato e' peraltro perplesso, come individuazione nel tempo. Potrebbe addirittura essere avanza l'ipotesi di un sistema matriarcale originario, se, sulla base delle recenti scoperte sull'attivita' dei primati, si assume il riferimento lo scimpanze' bonobo.
Il matriarcato, anche se acquisito alla specie umana dall'evoluzione animale, dovette passare per fasi evolutive, fino alla sua dissoluzione nel sistema patriarcale.
Se nella fase animale, come per il bonobo, la femmina si allontanava dal gruppo per cercare il proprio partner, bisogna inferirne che, ad un certo punto evolutivo, questo comportamento e' stato modificato. Questa modifica deve aver comportato un'accrescimento del potere della donna nell'ambito della comunita'.
Anche qui la datazione (per non parlare della individuazione delle fasi) assume connotati incerti.
Infine, circa il passaggio al sistema patriarcale, esso fu messo in relazione da Engels, con un'evoluzione interna alla fase di sviluppo dal sistema dei cacciatori raccoglitori a quello degli allevatori.
Le ricerche moderne hanno messo in dubbio la ricostruzione di due fasi, una antecedente di sviluppo dell'allevamento ed una susseguente di sviluppo dell'agricoltura, come formulato da Engels, in quanto essa non avrebbe trovato sinora un grande riscontro nei reperti archeologici e paleoantropologici. L'osservazione di Engels, sotto il profilo della costruzione teorica, risulta assolutamente logica. Le ricerche moderne, per converso, hanno fino ad ora operato sui dati uscenti dalle strutture urbane ed agricole, che sono apparse in medio Oriente forse 12.000 anni or sono. Resti paleoantropologici, a conferma di una evoluzione antecedente dello sviluppo dei popoli pastori, e' certamente piu' difficile.
Nuove tecnologie di ricerca stanno utilizzando il DNA dei reperti, per determinare il momento della domesticazione delle specie animali ed il luogo d'origine: tali investigazioni lasciano per ora comunque aperti parecchi interrogativi. Si potrebbe anche ricorrere ad un'ipotesi diversa, vale a dire quella di una contiguita' nelle trasformazioni e del carattere policentrico del loro sviluppo.
Tenendo conto di un periodo intermedio di ripetuti tentativi, effettuati dai popoli cacciatori raccoglitori, per passare all'allevamento, in una pluralita' di aree geografiche, e' ragionevole pensare che tale periodo di transizione sia databile dai ventimila anni or sono sino alla fase neolitica, e che in questo periodo cominciarono a sorgere i divieti alle relazioni indifferenziate tra i sessi.
In questo periodo nell'Asia Centrale dovette svilupparsi lo sviluppo della domesticazione delle specie animali e della pastorizia e, nel contempo, dovettero svilupparsi le condizioni per il sorgere della proprieta' mobiliare degli armenti, focalizzata sul punto della trasmissibilita' degli armenti per via patrilineare. Sulle prime tale novita' non parve per nulla una rivoluzione radicale, ma successivamente, col crescere delle dimensioni degli armenti, e con l'emersione di qual potere economico era conferito dalla proprieta' delle mandrie, il matriarcato fu ridotto progressivamente ai minimi termini.
Non solo, su questa base, il diritto di proprieta' privata si estese ad un bene che in origine non aveva nessun valore, la terra. Cambiarono cosi' i sistemi matriarcali e le istituzioni, a cui essi avevano dato vita.
In primo luogo la religione.
Gia' Bachofen aveva inferito la fase matriarcale dalle istituzioni religiose dei popoli successivi.
Oggi la tesi di Bachofen risulta ampiamente confermata dall'archeologia e dalla paleoantropologia.
Sono venute alla luce i simboli della Grande Dea, la Dea Madre, in una miriade di statuette risalenti al periodo mesolitico, databili a quarantamila anni a questa parte. A tutt'oggi, un paio di reperti sono stati attribuiti addirittura a 300.000 anni or sono.
Il culto della Dea Madre risulta non solo unico, ma anche uniforme.
Tale culto doveva risultare alle genti paleolitiche e mesolitiche l'unica conclusione logica possibile per spiegare i continui interrogativi a cui non si sapera dar risposta, in ordine ai fenomeni naturali, ed, in primo luogo, a quello della vita.
Per loro, un mondo caratterizzato da una pluralita' di entita' divine, come sarebbe poi stato, non aveva significato alcuno.
Nel corso del mesolitico e poi del neolitico, nonostante le novita' intervenute in tema di trasmissione patrilineare dell'eredita' di certi beni mobili, tutto questo non creo' gran scompiglio nel mondo del divino. Non lo creo' certo nelle organizzazioni sociali evolute allo stadio agrario.
Tra i piu' notevoli ritrovamenti, peraltro ancor poco conosciuti e considerati in occidente, stanno oggi giorno le citta' appartenute alla cultura di Tripolje - Cucuteni, per un periodo che va dal 5500 al 2700 a. C.
Queste comunita', che gia' avevano sviluppato l'arte vasaria e praticavano l'agricoltura, hanno lasciato, tra l'altro, un numero incredibile di statuette della Dea Madre.
In questa societa' permaneva il matriarcato, ma per ora e' difficile dire in quale forma e con quali connotazioni rispetto alle epoche precedenti. Per converso, i modelli delle statuette costituiscono in piena evidenza il tipo a cui si uniformera' la rappresentazione delle divinita' femminili presso i popoli anatolici, con la dea Cibele, e presso i Greci, con Demetra ed Hera, in pieno regime patriarcale.
E proprio la dea anatolica Cibele rimanda ad un periodo antecedente la creazione dei taboo. La dea infatti ha relazioni sessuali con il proprio figlio, anzi, essa costituisce la prima triade con il vecchio e il giovane, con il marito e il proprio figlio, con il marito che e' il proprio figlio, in cio' sintetizzando la continuita' della natura e la propria posizione di motore della vita nell'universo.
Questo si puo' ritenere ragionevolmente un indizio della circostaza che il commercio sessuale indifferenziato ha cominciato ad essere impedito solo da ventimila mila anni a questa parte.
In ogni caso, questi divieti hanno dato la stura a successive limitazioni, che in via evolutiva hanno condotto la famiglia a trasformarsi in quel rapporto di coppia che oggi e' davanti ai nostri occhi.
Aldo osserva che e' un po' difficile indicare date. La ricerca antropologica non e' stata in grado di reperire "fossili viventi" che presentino la caratteristica della sessualita' promiscua, e c'e' chi, su questa base, ha messo in dubbio l'effettivita' storica della fase promiscua.
La sessualita' promiscua e' tuttavia un fatto, costituendo l'anello mancante tra la sessualita' dell'uomo e quella del mondo animale. Chi la nega, lo fa perche' prigioniero del pregiudizio metafisico, per cui l'uomo non puo' essere considerato figlio del mondo animale.

domenica 8 novembre 2009

11) LA BASE DEL COMPLESSO EDIPICO
Dunque, rileva Aldo, Mario non ritiene che, nello sviluppare una qualunque analisi in ordine ad un qualunque problema, sia sufficiente limitarsi all'ambito razionale. Occorre anche andare a ripercorrere quello che e' l'ambito psicologico, soggettivo, traendolo fuori dalle brume di quello che nel passato era considerato l'"irrazionale". Mario conferma che il proprio punto di vista e' esattamente quello indicato da Aldo: i filosofi del passato hanno sempre lasciato un settore coperto dall'etichetta dell'irrazionalita', precluso alla logica umana ed eminentemente collegato a concetti mistici di vario genere, il sentimento, l'arte, il senso estetico, ecc.. Si tratta ora di regolare i conti con questo genere di misteri, a principiare dalla tematica dei sentimenti, riconoscendone la sua razionalita', seppur derivante da un meccanismo cerebrale diverso da quello razionale. Si tratta di riconoscere che ogni essere umano e', nel suo cervello, diviso in due: da un lato il complesso apparato capace di fotografare minuziosamente la realta', di realizzare associazioni di idee, realizzarne astrazioni e generalizzazioni, elabore sequele di concetti, e poi trarre conclusioni operative circa il come districarsi nelle varie situazioni, secondo un programma che deriva dai concetti elaborati. Da un altro lato un apparato emotivo che produce scosse emotive primarie, che inducono nella vita pratica reazioni fondamentali per decidere il da farsi.
Da un lato un apparato razionale che si e' sviluppato in profondita' ed articolazione come effetto di una lunga storia di relazioni sociali, dall'altro lato un apparato emotivo che proviene agli esseri umani da un'altra storia, ben piu' lunga, che e' quella dell'evoluzione delle specie animali, e che compare insieme all'altro come sostrato irriducibile.
Solo il pregiudizio non materialistico, ma completamente metafisico, che fa dell'uomo un che di assolutamente diverso dall'animale, assolutamente contrapposto, perche' dotato di attributi di forgia divina,e solo il preconcetto per cui l'animale e' un essere moralmente inferiore, per cui i suoi comportamenti devono essere stigmatizzati e non imitati, hanno consentito di mettere a fuoco dentro l'uomo stesso la presenza di un sostrato autenticamente animale, consistente in una componente cerebrale fondamentale.
Corrispondentemente si e' impedita l'analisi delle due componenti, e l'individuazione, nella storia della societa' umana, della fonte delle peregrinazioni e delle traversie, che ha subito l'apparato razionale, nella sua contrapposizione all'apparato emotivo, ricostruita a partire dal momento originario in cui non esisteva alcun apparato concettuale, perche' tutto era da formarsi, mentre era sufficinte (e piu' che sufficiente) ad ogni esponente del mondo animale utilizzare come guida per l'azione il gioco delle spinte emotive fondamentali.
Una spinta in avanti, verso cio' che attraeva, una spinta all'indietro verso cio' che repelleva.
Una spinta veicolata dagli odori che stimolavano ad agire, l'altra spinta veicolata dagli odori, ma soprattutto dai suoni, che incutevano paura.
Cio' che costituisce il sistema parallelo nel cervello di ogni essere umano, il suo apparato emotivo, e' per l'appunto il meccanismo binario automatico di attrazione e di paura. Ogni scelta umana, proprio per questo, non puo' essere considerata il frutto puro di una valutazione secondo ragione.
Ogni scelta umana, ogni concreto comportamento del singolo, come del gruppo, va letto ripartendo l'analisi in relazione alle due sfere di elaborazione cerebrale, perche' queste sfere sono compresenti e, conseguentemente, interferiscono.
L'analisi si deve estendere, obbligatoriamente, proprio allo svilupparsi di queste interferenze, anche al fine di poter agire, riducendo od eliminando le interferenze stesse.
In questo quadro e' anche possibile trovare il riscontro obbiettivo di parecchi dei caposaldi della teoria di Sigmund Freud, che escono dalle brume della raffigurazione mitologica (ad esempio il complesso di Edipo), per recuperare un'identita' per troppo tempo celata sotto la onnicomprensiva parola "istinto".
Fabrizio interviene chiedendo se Mario con questo intenda proprio dire che il complesso di Edipo si basa su spinte emotive consuete per gli animali e trasmesse inalterate nell'uomo.
Mario conferma e precisa che per ogni specie animale e' stato sufficientemente riscontrato che non esiste alcuna remora alla sessualita' della prole con i propri genitori. O meglio, che l'unica remora e' l'intervento del padre (il Laio di turno) ad allontanare i maschi, quale propri antagonisti sessuali. L'evoluzione della famiglia umana, ad un certo punto della storia, ha dovuto comportare necessariamente il divieto, imposto nei gruppi sociali, di intrattenere rapporti con i propri familiari, prima diretti e poi collaterali. Questi divieti, sanzionati in principio con mille fonti di paura, e cioe' con un meccanismo "naturale" hanno alterato l'originario equilibrio sussistente su base animale, ed hanno introdotto un meccanismo tale da mettere in contrasto una parte della natura umana, come lentamente evoluta sulla sua base fino ad allora, la spinta sessuale indifferenziata, con un'altra parte di quella medesima natura, la controspinta della paura, sulla base delle nuove esigenze sociali (i divieti e i taboo).
L'aver creato questo meccanismo, se ha rappresentato in quei tempi remoti un rilevantissimo progresso sociale, per gli strumenti che ha utilizzato, la natura contro la natura e la violenza del gruppo verso il singolo componente, ha comportato anche la base per un disaccordo permanente tra due parti dello stesso cervello. Tale disaccordo sarebbe venuto alla luce quando si sarebbe persa conoscenza delle ragioni pratiche della violenza sociale, dopo cioe' che al ricordo di fatti concreti che, pur nelle brume del mistero relativo alle cause, avevano spinto gli esseri umani ad adottare le nuove regole selettive delle relazioni sociali, si era sostituito il dovere, imposto da un'entita' trascendente, di rispettare quelle regole.
Non appena la metafisica si e' impossessata del fenomeno, non appena la sanzione da terrena e per fatti terreni si e' trasformata in divina e si e' creata la violazione della misteriosa volonta' divina, l'equilibrio, rotto da tempo in potenza, si e' trasformato in squilibrio definitivo. Ogni riequilibrio era possibile solo molto tempo dopo, quando gli uomini hanno cominciato a restituire alla ragione proprio le cause di quelle grandi modifiche ed a generalizzare queste scoperte. L'opera di Sigmund Freud e' stata meritoria, proprio perche' ha concluso, in termini di terapia, che per curare e' necessario parlare, spiegare, chiarire e portare alla coscienza.

lunedì 26 ottobre 2009

10) DUE SETTORI DEL CERVELLO UMANO
Osserva Fabrizio che in tal modo Mario pare proporre una sintesi di materialismo e dottrina freudiana. Gli scrittori materialisti mal si combinano tuttavia con chi, come Freud, ha sempre assunto un atteggiamento di chiusura in se' stesso.
Mario risponde che non si tratta di dar vita ad alcuna sintesi: tale sarebbe un'operazione logica a priori, una mera, idealistica costruzione del pensiero. E' invece la realta', nel suo movimento, che ha reso evidente che l'analisi, condotta dai materialisti nel passato, e' risultata del tutto insufficiente a spiegare i fenomeni del modo reale. Cio' non vuol dire che l'analisi fosse erronea, anzi! Cio' vuol dire solo che una parte del mondo reale non era ancora caduta sotto l'esame rigoroso del materialismo. Eppure questa assenza di analisi si intravedeva chiaramente.
Ad ognuno di voi e' infatti capitato di dover rispondere a questa semplice domanda: perche', se gli esseri umani ricevono i piu' grandi chiarimenti teorici, tuttavia non si comportano di conseguenza, accettando le opinioni piu' giuste e opponendosi alle opinioni piu' erronee? Che tradotta in altri termini puo' suonare: perche' le masse non seguono le opinioni sociali piu' avanzate, abbattendo governi corrotti, protettori della ricchezza dei pochi?
Se leggiamo la stampa o il net di questi tempi (ma leggiamo pure la stampa del passato) questa domanda assilla la mente del grande pensatore, come dell'umile proletario.
Questa domanda e' estremamente giusta ed e' estremamente corretto porsela: forse bisognerebbe porsela piu' spesso.
C'e' qualcosa che non quadra. Se la prova sta nel pudding, e' evidente che di primo acchito stiamo sbagliando noi: il pudding e' immangiabile!
Perche' i materialisti stanno sbagliando? Perche' essi hanno fermato la loro analisi. I materialisti piu' semplici finiscono per rispondere: e' una questione di ignoranza, c'e' molta gente che non sa, la colpa e' di costoro. I materialisti piu' acculturati rispondono: Il problema sono gli interessi materiali: nel nostro mondo evoluto, le briciole degli extraprofitti monopolistici corrompono gli strati superiori della classe operaia, senza contare l'allargamento della classe media, l'espulsione dei contadini poveri dalla campagna, ecc.. Alla fine dell'analisi, pero' anche gli acculturati finiscono per rispondere che in ogni caso esiste l'ignoranza sovrana.
Sicuramente materialisti semplici ed acculturati arrivano ad una conclusione non detta: urge la necessita' di un intervento culturale, perche' chi non sappia, possa sapere.
Tale intervento nel passato era assunto in carico dagli intellettuali che svolgevano un'opera poderosa di educazione, come informazione e formazione delle masse piu' povere. Qualcosa del genere oggi non esiste piu'.
Sicuramente dunque la conclusione di cui sopra, benche' inespressa, resta una conclusione esatta dei materialisti.
Tuttavia, indipendentemente da tale conclusione, c'e' un punto della faccenda che non viene esaurito dalle considerazioni sovraesposte. Sia il materialista piu' semplice, che il materialista piu' acculturato, impostano la questione come se bastasse illuminare con lo scibile gli esseri umani, per ottenerne la positiva conseguenza della crescita di coscienza. Le cose non vanno per nulla cosi'. Solo in certe condizioni gli esseri umani si dispongono a riconoscere lo scibile come patrimonio che urge acquisire, solo in certe condizioni si passa ad una coscienza superiore.
Ma in quali condizioni?
I materialisti acculturati trarrebbero un vantaggio solo dalla cessazione degli influssi negativi delle classi dominanti, dalla cessazione della distribuzione delle briciole da parte dell'oligarchia finanziaria. Ma tale cessazione e' impensabile per un lungo lasso di tempo. I corruttori continueranno a corrompere ed anche in maniera crescente. E' questa la ragione per cui molti materialisti hanno cercato di sfuggire a questo problema ricorrendo ai "paesi sottosviluppati".
Oggi questa scappatoia, di andare a cercare all'estero i portatori dell'ideologia sana, dello sviluppo delle coscienze, si e' dimostrata totalmente inutile: i paesi del terzo e quarto mondo marciano imperturbabili sulla strada della riproduzione delle condizioni capitalistiche dell'occidente, riproducendo gli stessi problemi che si trovano ad affrontare i materialisti occidentali in tema di educazione di massa.
Dunque: in quali condizioni si passa ad una coscienza superiore?
Se si ha il coraggio di guardare in faccia la realta' ci si accorge subito che gli esseri umani aderiscono o non aderiscono ad una idea, nella misura in cui una parte del loro pensiero, la sfera emotiva, e' disposta a farlo. E gli esseri umani lo fanno anche se operano in gruppo, e quindi se vanno valutati come massa e non come singolo. Cio' corrisponde in pieno all'esperienza personale di ogni individuo.
Ci sono due settori che operano contemporaneamente nel cervello di ciascuno: un settore e' quanto chiamiamo la sfera razionale. Tramite i processi logici, tale settore esamina la realta' e la valuta alla stregua dei canoni della logica: con cio' rappresenta la realta' anche a se' stesso e pone in essere i mezzi teorici per procedere alla trasformazione, ritornando nella pratica.
Contestualmente a questo settore opera il secondo settore: le sue reazioni sono assolutamente razionali, ma il suo movimentio appare a tutta prima del tutto irrazionale, vale a dire in possibile netto contrasto col settore razionale. Il secondo settore, che e' quanto chiamiamo la sfera emotiva, in realta' opera secondo leggi sue proprie, che e' necessario investigare e conoscere bene per portarlo sotto l'egida della razionalita'.
Questo secondo settore, benche' non sia rappresentativo della realta', e' una guida per tornare alla pratica, e' una guida nella vita di tutti i giorni. E' una guida che coesiste con l'altra parte del cervello, quella razionale, e che opera insieme ad essa tutti i giorni, ma, spesso e volentieri, interferendo con la sfera razionale, in maniera tale che le nostre decisioni esprimono la risultante dell'azione contestuale di entrambe i settori.

venerdì 23 ottobre 2009

9) LA VITA DI RELAZIONE QUOTIDIANA
Mario riporta la discussione sulla vita di tutti i giorni ed alle altre relazioni sociali, diverse da quelle economiche, entro cui si muovono gli esseri umani.
Se si sottrae dal quadro d'insieme l'intero gruppo delle relazioni economiche, cio' che rimane e' principalmente il gigantesco gruppo delle relazioni affettive. A fianco, sulle prime appare separato il gruppo di relazioni legate agli interessi culturali, sportivi, ricreativi, estetici, tecnici, ecc. Ed infine il gruppo ampio delle relazioni politiche.
L'analisi materialistica della vita di tutti i giorni, non puo' saltare a pie' pari proprio il secondo gruppo, quello delle relazioni affettive.
Aldo rileva che finora i materialisti hanno considerato i problemi affettivi come una propaggine o una pertinenza del meccanismo economico, e quindi hanno sussunto le relazioni affettive sotto i principi di quelle economiche. Hanno ritenuto cioe' degne di interesse queste relazioni solo nella misura in cui esplicitano le relazioni sociali economiche, le relazioni di classe in particolare.
Mario osserva che, in verita' alcuni materialisti fin dal principio si sono occupati delle relazioni sociali affettive. Non si puo' non ricordare il celebre lavoro di F. Engels, sull'Origine della famiglia, della proprieta' privata e dello stato, ripubblicato ancora in Italia nel 2006. Vero e' che lo sforzo analitico di Engels (e dei suoi predecessori, tra cui H.L. Morgan e J.J. Bachofen), il suo vivace spirito critico e gli spunti offerti per una prosecuzione d'analisi, hanno avuto grande difficolta' ad una generalizzazione. Oggi, non solo c'e' stato uno straordinario sviluppo delle scoperte storiche, archeologiche ed antropologiche, che ha confermato pienamente le linee analitiche del materialista Engels, ma, a partire dalla meta' del secolo scorso si e' sviluppato un ampio movimento sociale, che ha determinato un grande sconvolgimento dei rapporti affettivi. Se non si puo' non rilevare la presenza di cause economiche alle origini di questa crisi della famiglia, non si puo' si puo' sottacere che i nuovi fenomeni hanno manifestato in tutta evidenza dinamiche, che non possono piu' essere ridotte in tutta semplicita' alle relazioni economiche.
Osserva Fabrizio che la tematica della famiglia e le sue dinamiche sono state oggetto anche dell'intervento di intellettuali, operanti nell'ambito della psicologia, come e' il caso di Sigmund Freud e della psicoanalisi. Freud, ricorda Fabrizio, e' stato oggetto di accese discussioni tra i materialisti, con adesioni entusiastiche, reinterpretazioni e scomuniche, culminate in un memorabile dibattito sul finire degli anni 20 del secolo scorso. Stando alle premesse di Mario anche Freud e' da considerarsi un materialista, e conseguentemente anche coloro che, in seguito, hanno sostenuto le sue tesi.
Mario concorda con l'osservazione di Fabrizio, per cui la tematica delle relazioni familiari e' stata analizzata non solo da Engels, ma anche da Freud.
Mario conferma che la posizione intellettuale di S. Freud e' a buon diritto da considerarsi materialistica, anche se il materialismo freudiano si arresta sulla porta della storia, ha cioe' difficolta' estrema a vedere che i fenomeni indagati sono fenomeni che si sviluppano nella storia.
Ma in ogni caso S. Freud ha per primo fondato la psicologia su una base materiale, su una congerie di fatti reali incontestabili, fornendo le spiegazioni razionali delle contraddizioni della nostra mente, poggiandole tutte su una base oggettiva, ai problemi della sessualita' degli esseri umani. Tutta la psicologia precedente e successiva, da chiunque patrocinata, non e' riuscita mai ad uscire da ricostruzioni soggettive o formalistiche.
Pertanto, benche' sia oggi necessario ricercare la spiegazione ai quesiti irrisolti della dottrina freudiana nella dinamica della storia, Freud rappresenta un momento insopprimibile della discussione sulla famiglia.
Fabrizio fa osservare che, pero', proprio il dibattito degli anni '20 ha finito per fare arenare la questione del rapporto tra materialismo e psicoanalisi in una grande secca. I piu' coerenti materialisti dell'epoca non sono andati oltre la creazione di costruzioni astratte lontane dalla realta', in quanto mai verificate dai fatti (il caso W. Reich).
Mario fa osservare che dopo ottanta-novanta anni la situazione non puo' mai essere piu' la stessa.
Oggi risulta evidente che il grande dibattito degli anni '20 fu condotto su una strada sterile per effetto delle direttive staliniane, che indussero molti validi scrittori a rimangiarsi le loro stesse convinzioni originarie (vedi il caso di G. Politzer). Ma, soprattutto, dalla meta' del secolo, i veli sulla crisi della famiglia sono stati squarciati da opere che hanno messo a nudo, in tutta la sua interezza, la grande trasformazione che era in atto nei rapporti affettivi (Vedasi il Rapporto di A. Kinsey).
L'opera di Kinsey fu una mera fotografia, in quanto basata su una serie di dati statistici, ma come tale drammatica, perche' in netto contrasto con quello che gli uomini (gli statunitensi) credevano di essere. Come fotografia essa non coglieva l'aspetto dinamico del problema, che cioe' i rapporti erano in movimento; e soprattutto non descriveva ovviamente lo sviluppo che le relazioni affettive avrebbero avuto di li' a sessanta anni. Questo ulteriore sviluppo era ancora in nuce.
Pero' fu un sasso nello stagno, ed aiuto' in questo modo poderosamente l'evoluzione che stava per seguire, fornendo ai materialisti uno strumento eccezionale di comprensione.
Contro i rapporti di Kinsey si scaglio' l'ondata dei moralisti. Come sempre, attenzione, quando si e' di fronte ad una importante scoperta scientifica, ecco che una parte dell'umanita' cerca di arginare l'afflusso del progresso scientifico, usando come strumento la regola morale, il buon nome della tradizione.
Non esistono argomenti logici che possono arginare una scoperta scientifica e costoro non li trovano: puramente e semplicemente, introducono nel ragionamento, in luogo dell'analisi critica conseguente, un'idea indimostrata, calata dal cielo.
E cio' accade nel grande come nel piccolo. Cio' accade anche nelle piccole cose della vita quotidiana.
Ecco come, praticamente, si introduce l'idealismo nel quadro di un ragionamento fino a quel punto coerente.
Naturalmente la forza delle cose, cioe' il loro movimento incessante, ha ragione, prima o poi, delle superfetazioni idealistiche, le quali crollano nella vecchia formulazione, per tornare a galla da altre parti.
Come e' crollato il moralismo nei confronti di Kinsey, perche' la sua fotografia e' risultata poi coerente con altre istantanee scattate su base planetaria, e perche' la foto di Kinsey si e' presto modificata nelle mani sue e dei moralisti, con lo sviluppo di quelle tendenze di crisi familiare che nelle osservazioni di Kinsey erano ancora latenti. A distanza di venti anni, anche grazie ai moralisti, il mondo si era gia' dimenticato quasi del tutto del Dr. Kinsey.
Gia' meno di venti anni dopo il mondo e' in rivolta: gli studenti di Berkeley diventano il simbolo dei diritti di liberta' nel mondo intero e si trascinano dietro gli aneliti di liberta' e di progresso di tutte le nazioni. Specie in Europa il movimento degli studenti da' gli spunti, il coraggio e la stura al grande movimento operaio dei primi anni sessanta e settanta, che rovescia, in paesi come il nostro, tutto il vecchiume legislativo (da noi ancora legato all'ottocento ed al sistema autoritario fascista), introducendo norme evolute in materia civile e, guarda caso, in materia di famiglia (1970: divorzio, 1975: riforma del diritto di famiglia).
Proprio in materia di rapporti affettivi il movimento del '68 e' assolutamente dirompente: la vecchia famiglia, cosi' come era stata tramandata in ogni stato, viene assoggettata a una critica radicale. Freud viene riscoperto e rivitalizzato. C'e' chi cerca di applicare le proprie analisi critiche nella costruzione di nuovi rapporti familiari non legalizzati.
Si legge e si scrive moltissimo. Nascono nuove forme di espressione lettararia e di comunicazione.

martedì 20 ottobre 2009

8) UNA SPESA MATERIALISTICA
Aldo si stupisce e chiede se Mario intenda dire che l'analisi della merce e' utile anche per andare al mercato. Mario ribadisce che e' proprio cosi'. Per l'esattezza questa e' una delle porte, e ce ne sono tante, che introducono alla vita quotidiana. La sorpresa espressa da Aldo e' l'espressione della circostanza che finora non si e' cercato di considerare il materialismo come l'impostazione di tutti i giorni, ma una dottrina da studiare al di fuori di quella che e' la vita. Non solo questo valga come esempio per tutte le questioni della vita quotidiana: si tratta di superare la porta che conduce dalla teoria astratta, valida per i casi "nobili", e la sua applicazione nel concreto, ai casi "vili".
Mario si impegna ora a fornire alcune delucidazioni sull'applicazione della ben nota teoria del valore lavoro alla vita quotidiana.
Un significativo esempio puo' essere fornito dalla circostanza che il valore di una merce corrisponde al lavoro in essa racchiuso. Il prezzo, che per questa analisi e' solo un'entita' ballerina che esprime il valore, dovendo esprimere il valore, risulta tanto piu' elevato, quanto piu' elevata e' la quantita' di lavoro racchiusa nella merce.
Da tale circostanza deriva che, nel fare la spesa, le merci in vendita vanno esaminate in base al lavoro in esse racchiuso e non in base ad altri parametri.
Se due prodotti pressoche' simili vengono posti in vendita a prezzo diverso, bisogna domandarsi in cosa consiste la differenza di prezzo. La merce piu' cara puo' racchiudere un quid pluris che la merce meno cara non contiene. Tale elemento in piu' potrebbe essere lavoro derivante dalla reclame. In tal caso non viene venduta una merce. L'acquirente si compra la merce piu' la reclame. Di solito tuttavia la reclame favorisce il sorgere di un piccolo "monopolio": il nome del prodotto reclamizzato raggiunge piu' potenziali acquirenti e lo rende "noto". Questa circostanza rende i prodotti concorrenti meno noti o per nulla noti, con l'effetto di indebolirne la capacita' di concorrenza. Per effetto del monopolio il prezzo si innalza al di sopra del valore in esso contenuto e cosi', in pratica, viene venduto il prodotto ad un prezzo che non e' solo piu' alto perche' vi e' contenuto in piu' il lavoro speso per la reclame, ma per una parte non corrispondente ad alcun lavoro effettuato per la produzione di quella merce, o, ancora, in altri termini, la reclame viene pagata ad un prezzo piu' alto del suo contenuto di valore.
Stando al tuo ragionamento, osserva Fabrizio, ci sono un mucchio di persone, che, benche' istintivamente materialiste, si fanno ingannare, per non dire che si comportano come veri allocchi.
Aldo esprime il suo parere per cui le persone che vanno al mercato appartengo a classi e strati sociali ben diversi. Il proletario molte volte non puo' spendere, essendo privo di grandi mezzi economici, per cui si dirige su quello dei due prodotti che costa di meno.
Mario rileva che entrambe le osservazioni sono parzialmente esatte, infatti ha ragione Fabrizio a rilevare la sussistenza di un inganno, racchiuso nella reclamizzazione dei prodotti. Tuttavia la conclusione di Fabrizio in ordine al comportamento di molti materialisti istintivi non e' esatto. L'acquisto di merce solo perche' ben reclamizzata non e' un mero problema di rappresentazione mentale deli acquirenti, non coinvolge cioe' soltanto la sfera della conoscenza, per cui e' solo uno che "sa poco" colui che si compra la reclame a caro prezzo.
E' una ragione psicologica quella che emerge in evidenza in questi casi e che spinge le persone a preferire il bene reclamizzato. Il movente psicologico sostituisce, nel cervello di queste persone, qualunque possibile riflessione in ordine alla razionalita' di una scelta diversa.
Si inserisce, nel quadro piano di una logica materialistica, un elemento apodittico sostenuto da una pulsione apparentemente irrazionale. E cio' vale per persone, come dimostra eloquentemente l'esperienza comune, che risultano dotate anche di grandi capacita' razionali e critiche, e non sono per nulla persone che "sanno poco".
Circa la capacita' di spesa di operai, contadini poveri e nullatenenti e' esatto che proprio loro sono spinti dalla ristrettezza della borsa a scegliere il prodotto meno caro. Tuttavia un'osservazione molto comune di cio' che accade in pratica scopre che anche le fasce piu' povere comprano di preferenza il prodotto reclamizzato, magari privandosi di altri prodotti di consumo necessari.
Cio' sembrerebbe dare credito all'osservazione di Fabrizio, applicata al caso specifico. Sembrerebbe un problema di basso livello di conoscenza la scelta del piu' povero di preferire un prodotto reclamizzato in luogo di un altro piu' a buon mercato, ma non cosi' noto.
Anche in questo caso, sebbene a tutta prima risulti facile trarre la conseguenze che propone Fabrizio, esiste una spinta psicologica verso la preferenza della merce reclamizzata, che annulla ogni possibile riflessione in ordine ad una scelta diversa.
Se costituisce dunque un'attivita' materialistica conseguente la controinformazione sulle merci oggetto della spesa, essa e' tanto piu' da apprezzare, e foriera di risultati, quanto piu' essa retroagisce fino a chiarire la base obbiettiva su cui effettuare i paragoni, vale a dire la circostanza che il valore delle merci e' costituito dal lavoro mediamente necessario per produrle.
In sostanza, obietta Aldo, si tratta di rispondere con un supplemento di conoscenza ad una spinta psicologica, che e' stata in grado di far tacere le esigenze di conoscenza: ad avviso di Aldo questa sarebbe una bella contraddizione.
Mario rileva che la contraddizione esiste, e' nella realta' e si puo' enunciare cosi' in termini generali: qualunque spinta psicologica tende a svilupparsi in sostituzione dell'attivita' razionale, ogni spinta psicologica puo' essere limitata con cio' solo che le si puo' opporre socialmente, vale a dire: o un'altra spinta psicologica operante in senso inverso, o una opposta attivita' razionale (educazione).

mercoledì 14 ottobre 2009

7) RELAZIONI SOCIALI E VITA DI TUTTI I GIORNI
Aldo interviene chiedendo se allora per Mario esistono altre regole etiche che guidano i materialisti nella vita di tutti i giorni. Mario fa osservare che, come si è ricavato un principio di verità, non si debba escludere che si possano ricavare altri principi. Ma intende rimarcare come la critica radicale della morale corrente (o delle morali correnti), formulata da Fabrizio, rimanga comunque alla base della concezione materialistica. Pare doveroso parlare di etica, in via preliminare, proprio perchè ci si è assunti il compito di gettare luce su come opera il materialismo nella vita quotidiana. Infatti nella vita di relazione comune è del tutto consueto incappare in ragionamenti e comportamenti, che vengono valutati alla stregua di principi morali di differente provenienza. Se è immediata la critica dei materialisti ai pre-giudizi etici, resta uno scoglio da affrontare proprio la posizione etica dei materialisti, che sui pre-giudizi non fondano assolutamente il loro pensiero. Il dibattito che precede è servito giusto ad impostare materialisticamente proprio questa questione. Aldo si domanda però come analizzare il grande campo della vita quotidiana: in esso rientrano una totalità di vicende, ognuna delle quali sembra sulle prime avere una propria totale autonomia, poi, a ben guardare, si scopre che essa è legata non solo ad altre vicende, ma ad altre problematiche, a volte di grande momento, e che pertanto è impossibile analizzarla da sola. Mario fa osservare che tutto questo è assolutamente esatto, ma non è questa una ragione per non affrontare e rimandare la soluzione del problema. In effetti fino ad ora si è fatto così, ma ora i tempi sono cambiati e noi siamo forzati a cambiare.In passato si è manifestata come una sorta di pigrizia: i materialisti si sono occupati dei grandi problemi, ma hanno manifestato non poche difficoltà ad applicare le loro fondamentali scoperte teoriche all'ambito che dovrebbe essere più consueto: le scelte di ogni giorno.In questo campo non è mai piaciuto addentrarsi e discutere. Strano davvero, perchè proprio nella vita di tutti i giorni si presentano ad ognuno i grandi problemi teorici studiati in astratto. Il bello è che, mentre del tutto correttamente i materialisti sono andati a cercare nell'esperienza pratica la base di riferimento per i loro approfondimenti teorici, quando si è trattato di ritornare con siffatti arricchimenti all'esperienza quotidiana, hanno saputo solo aggiornare la discussione. Fabrizio fa notare che ripetutamente è stato creato un muro divisiorio tra ciò che è "personale" e ciò che è teorico, come se il "personale" non potesse diventare mai oggetto di analisi da parte di terzi, ma dovesse essere protetto oltre che dalle intrusioni (il che è giusto), anche dagli sguardi indiscreti. Una sorta di pudore verso l'esterno. Certamente in tutto ciò c'è qualcosa di strano, perchè non è ammissibile per il materialismo non discutere di tutto. Sicuramente nella vita di tutti i giorni compare un intricato viluppo di problemi, che risulta difficile riordinare. Per giunta nella vita di tutti i giorni si incontrano problemi "scottanti", che a tanta gente non piace per nulla discutere o richiamare su di essi l'attenzione. Mario richiama l'attenzione su quelli che sono i problemi della vita di tutti i giorni. Sulle prime essi appaiono in modo caotico, sembrando addirittura un mare entro il quale perdersi. Ma, guardando un po' piu' dappresso ogni faccenduola, anche la piu' insignificante, ci si accorge che tutte le questioni sono riconducibili a grandi categorie, in cui non e' rilevante tanto il contenuto dell'operazione materiale, che si va compiendo, quanto le relazioni umane entro cui tali operazion materiali si vanno compiendo. Quando vado a comprare tre grosse viti per fare una riparazione in casa, cio' che entra in gioco non e' soltanto il fatto materiale di un acquisto, scambio tra una somma di denaro e la merce, ne' quello del movimento nel negozio di ferramenta, ne' quello del ritorno a casa, ne' quello precedente della individuazione del bene necessario: questo e' cio' che appare a prima vista, cio' che sembra a tutta prima. Ma quando ci si riflette a fondo le cose non stanno cosi'. La cosa rilevante e' il contenuto sociale della mia attivita', la circostanza che tutta questa vicenda si svolga nel quadro di relazioni sociali ben definite, che a volte emergono in evidenza ed altre volte rimangono sullo sfondo del tutto invisibili. Proprio perche' le relazioni sociali rimangono invisibili, la maggioranza degli esseri umani le trascura ed ha difficolta' in ogni caso di tenerle in considerazione, svolgendo ogni attivita' esattamente come se tali relazioni non esistessero, e scoprendo successivamente che qualcosa e' andato storto rispetto al programma. Ma ecco che a questo punto, nel momento cioe' di dispiegare la critica piu' consequenziale, si manifesta la tendenza, per nulla materialistica, di ricercare le ragioni dei fallimenti altrove, ma non nella relazione sociale e nella sua dinamica interna.

Esaminiamo tutto un po' piu' dappresso.

Tornando al caso delle tre viti, per lo meno una relazione sociale e' stata a fondo indagata dai materialisti da oltre un secolo e mezzo: e' la compera, relazione tra l'acquirente e il venditore, relazione racchiusa nello scambio delle merci, anche se la seconda merce non assume la forma di un valore d'uso, bensi' del denaro, merce equivalente generale. La disamina condotta nella celebre "Critica dell'economia politica" (1859) ad opera di K. Marx, costituisce ancor oggi un modello insuperato, dal momento in cui, in oltre un secolo e mezzo nessuno degli illustri critici e' mai riuscito a contrapporre un quid, capace di sostituire il lavoro, quale misura dei valori delle merci.

Va da se' che la generalita' degli esseri umani ha difficolta' a valersi dell'analisi marxiana, specie perche' tale analisi e' stata negletta da parte degli stessi materialisti, ritenendo che, agli effetti dell'azione "politica", tale analisi non fosse essenziale, come anche non fosse essenziale la sua conoscenza e divulgazione.

Aldo interviene per sottolineare che in effetti queste sono state proprio le sue idee e le sue impressioni, dal momento che un illetterato, benche' materialista, non sa cosa farsene di una teoria cosi' astratta e cosi' complicata: l'uso pratico ne sarebbe vanificato.

Mario rileva invece che proprio l'illetterato trarrebe grande vantaggio dalla riflessione sull'analisi della merce, e cio' almeno per due motivi: 1) l'analisi della merce, come espressione del lavoro, non e' solo una espressione di una nobilitazione dell'attivita' lavorativa del piu' umile operaio, ma e' fondamentale per capire come fare "la spesa";

2) l'analisi della merce, rivelando che, dietro all'apparenza di mera operazione tra cose, si cela una relazione fra esseri umani, apre la strada a mettere a fuoco il fatto che tutti i momenti della nostra vita sono inquadrati in relazioni sociali, e che se noi vogliamo riuscire a capirli, non possiamo fare a meno di concentrare la nostra attenzione proprio su tali relazioni sociali.