12) IL PESO DEL MATRIARCATO
Siamo tornati, per altro verso, osserva Fabrizio, alla tematica cara a Federico Engels, vale a dire all'analisi della storia delle unioni primordiali ed alla loro evoluzione successiva. Resterebbe incerta invece la individuazione del momento in cui i divieti si sono sviluppati. Mario ritiene che, anche se puo' forse sembrare strano, pur in assenza di dati a comprova di una simile ipotesi, l'eta' dei taboo e' arrivata piuttosto tardi, per cui la famiglia originaria, caratterizzata da relazioni non selezionate tra i sessi, e' durata ben oltre il periodo di evoluzione degli ominidi.Per ora non esistono dati di nessun tipo che individuino con certezza il momento in cui si e' imposto il divieto. Anche l'esordio del matriarcato e' peraltro perplesso, come individuazione nel tempo. Potrebbe addirittura essere avanza l'ipotesi di un sistema matriarcale originario, se, sulla base delle recenti scoperte sull'attivita' dei primati, si assume il riferimento lo scimpanze' bonobo.
Il matriarcato, anche se acquisito alla specie umana dall'evoluzione animale, dovette passare per fasi evolutive, fino alla sua dissoluzione nel sistema patriarcale.
Se nella fase animale, come per il bonobo, la femmina si allontanava dal gruppo per cercare il proprio partner, bisogna inferirne che, ad un certo punto evolutivo, questo comportamento e' stato modificato. Questa modifica deve aver comportato un'accrescimento del potere della donna nell'ambito della comunita'.
Anche qui la datazione (per non parlare della individuazione delle fasi) assume connotati incerti.
Infine, circa il passaggio al sistema patriarcale, esso fu messo in relazione da Engels, con un'evoluzione interna alla fase di sviluppo dal sistema dei cacciatori raccoglitori a quello degli allevatori.
Le ricerche moderne hanno messo in dubbio la ricostruzione di due fasi, una antecedente di sviluppo dell'allevamento ed una susseguente di sviluppo dell'agricoltura, come formulato da Engels, in quanto essa non avrebbe trovato sinora un grande riscontro nei reperti archeologici e paleoantropologici. L'osservazione di Engels, sotto il profilo della costruzione teorica, risulta assolutamente logica. Le ricerche moderne, per converso, hanno fino ad ora operato sui dati uscenti dalle strutture urbane ed agricole, che sono apparse in medio Oriente forse 12.000 anni or sono. Resti paleoantropologici, a conferma di una evoluzione antecedente dello sviluppo dei popoli pastori, e' certamente piu' difficile.
Nuove tecnologie di ricerca stanno utilizzando il DNA dei reperti, per determinare il momento della domesticazione delle specie animali ed il luogo d'origine: tali investigazioni lasciano per ora comunque aperti parecchi interrogativi. Si potrebbe anche ricorrere ad un'ipotesi diversa, vale a dire quella di una contiguita' nelle trasformazioni e del carattere policentrico del loro sviluppo.
Tenendo conto di un periodo intermedio di ripetuti tentativi, effettuati dai popoli cacciatori raccoglitori, per passare all'allevamento, in una pluralita' di aree geografiche, e' ragionevole pensare che tale periodo di transizione sia databile dai ventimila anni or sono sino alla fase neolitica, e che in questo periodo cominciarono a sorgere i divieti alle relazioni indifferenziate tra i sessi.
In questo periodo nell'Asia Centrale dovette svilupparsi lo sviluppo della domesticazione delle specie animali e della pastorizia e, nel contempo, dovettero svilupparsi le condizioni per il sorgere della proprieta' mobiliare degli armenti, focalizzata sul punto della trasmissibilita' degli armenti per via patrilineare. Sulle prime tale novita' non parve per nulla una rivoluzione radicale, ma successivamente, col crescere delle dimensioni degli armenti, e con l'emersione di qual potere economico era conferito dalla proprieta' delle mandrie, il matriarcato fu ridotto progressivamente ai minimi termini.
Non solo, su questa base, il diritto di proprieta' privata si estese ad un bene che in origine non aveva nessun valore, la terra. Cambiarono cosi' i sistemi matriarcali e le istituzioni, a cui essi avevano dato vita.
In primo luogo la religione.
Gia' Bachofen aveva inferito la fase matriarcale dalle istituzioni religiose dei popoli successivi.
Oggi la tesi di Bachofen risulta ampiamente confermata dall'archeologia e dalla paleoantropologia.
Sono venute alla luce i simboli della Grande Dea, la Dea Madre, in una miriade di statuette risalenti al periodo mesolitico, databili a quarantamila anni a questa parte. A tutt'oggi, un paio di reperti sono stati attribuiti addirittura a 300.000 anni or sono.
Il culto della Dea Madre risulta non solo unico, ma anche uniforme.
Tale culto doveva risultare alle genti paleolitiche e mesolitiche l'unica conclusione logica possibile per spiegare i continui interrogativi a cui non si sapera dar risposta, in ordine ai fenomeni naturali, ed, in primo luogo, a quello della vita.
Per loro, un mondo caratterizzato da una pluralita' di entita' divine, come sarebbe poi stato, non aveva significato alcuno.
Nel corso del mesolitico e poi del neolitico, nonostante le novita' intervenute in tema di trasmissione patrilineare dell'eredita' di certi beni mobili, tutto questo non creo' gran scompiglio nel mondo del divino. Non lo creo' certo nelle organizzazioni sociali evolute allo stadio agrario.
Tra i piu' notevoli ritrovamenti, peraltro ancor poco conosciuti e considerati in occidente, stanno oggi giorno le citta' appartenute alla cultura di Tripolje - Cucuteni, per un periodo che va dal 5500 al 2700 a. C.
Queste comunita', che gia' avevano sviluppato l'arte vasaria e praticavano l'agricoltura, hanno lasciato, tra l'altro, un numero incredibile di statuette della Dea Madre.
In questa societa' permaneva il matriarcato, ma per ora e' difficile dire in quale forma e con quali connotazioni rispetto alle epoche precedenti. Per converso, i modelli delle statuette costituiscono in piena evidenza il tipo a cui si uniformera' la rappresentazione delle divinita' femminili presso i popoli anatolici, con la dea Cibele, e presso i Greci, con Demetra ed Hera, in pieno regime patriarcale.
E proprio la dea anatolica Cibele rimanda ad un periodo antecedente la creazione dei taboo. La dea infatti ha relazioni sessuali con il proprio figlio, anzi, essa costituisce la prima triade con il vecchio e il giovane, con il marito e il proprio figlio, con il marito che e' il proprio figlio, in cio' sintetizzando la continuita' della natura e la propria posizione di motore della vita nell'universo.
Questo si puo' ritenere ragionevolmente un indizio della circostaza che il commercio sessuale indifferenziato ha cominciato ad essere impedito solo da ventimila mila anni a questa parte.
In ogni caso, questi divieti hanno dato la stura a successive limitazioni, che in via evolutiva hanno condotto la famiglia a trasformarsi in quel rapporto di coppia che oggi e' davanti ai nostri occhi.
Aldo osserva che e' un po' difficile indicare date. La ricerca antropologica non e' stata in grado di reperire "fossili viventi" che presentino la caratteristica della sessualita' promiscua, e c'e' chi, su questa base, ha messo in dubbio l'effettivita' storica della fase promiscua.
La sessualita' promiscua e' tuttavia un fatto, costituendo l'anello mancante tra la sessualita' dell'uomo e quella del mondo animale. Chi la nega, lo fa perche' prigioniero del pregiudizio metafisico, per cui l'uomo non puo' essere considerato figlio del mondo animale.
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