13) UN PASSO INDIETRO: LA COMUNICAZIONE
La discussione, a questo punto, deve pero' tornare sui propri passi, riprendendo la tematica della vita di tutti i giorni, a partire dalle relazioni affettive. S'impone innanzi tutto, sostiene Mario, un esame del modo in cui si sviluppa la comunicazione interpersonale nell'odierna organizzazione sociale. Aldo osserva di aver sempre creduto che la comunicazione fosse un fatto neutro, uno strumento utile per trasmettere informazioni e formazione. Fabrizio, per contro, rileva che un conto e' il proprio pensiero ed un conto e' il modo in cui il soggetto a cui ci rivolgiamo, lo percepisce: in mezzo ci sta la comunicazione.
Mario osserva che il problema sta proprio cosi', ma va ancora piu' in la'. La comunicazione appare sulle prime come uno strumento del tutto inerte, posto come un ponte fra due soggetti. Successivamente si nota che esiste una fisionomia specifica di ciascuno dei due soggetti, nonche' una fisionomia del ponte, ogni fisionomia concorre a determinare il risultato, vale a dire cio' che passa attraverso il ponte. Questo e' un problema fondamentale nell'educazione, ma lo e' nella politica, nell'attivita' dei mass media, questo e' un problema fondamentale nella vita sociale, come lo e' nella vita di tutti i giorni.
Solo che nell'attivita' di tutti i giorni, non si ha a che fare con un problema educativo, e neanche politico, neanche giornalistico, e nemmeno sociale: almeno questo e' quello che comunemente si crede. Corrispondentemente viene alzato un muro tra l'attivita' educativa, politica, giornalistica e sociale da una parte, e la vita quotidiana dall'altra. La vita di tutti i giorni viene sterilizzata, per quel che concerne la comunicazione, ed in fondo, quello che pensava Aldo e' esattamente questo: nella vita ordinaria la comunicazione e' mero strumento inerte, nella vita politica, educativa, nell'attivita' dei mass media, la comunicazione e' degna di interesse ed estremamente rilevante.
Due settori diversi dunque: il pubblico ed il privato. Peccato che il muro non abbia alcuna ragione di esistere; esso e' infatti: meramente psicologico. Ovvero corrisponde a quel "pudore" che e' stato notato al principio della discussione, quando si parlava della vita quotidiana.
Sembra di sentire nelle orecchie chi strilla "Si deve parlare in generale, non si devono trattare questioni personali!" Solo che le questioni personali coinvolgono subito il problema della comunicazione, per cui finiscono nella sterilizzazione di tutti gli altri problemi che vi ruotano intorno.
Il soggetto che deve comunicare e' sempre posto davanti ad un'alternativa: comunicare prendendo in considerazione il soggetto a cui e' diretta la comunicazione, o, semplicemente, emettere la comunicazione, indipendentemente da ogni considerazione in ordine al soggetto che deve ricevere la comunicazione. La seconda strada e' sicuramente la piu' difficile, perche' fortemente accidentata.
Essa infatti comporta non solo la conoscenza del soggetto che deve ricevere la comunicazione, ma anche quella del mezzo scelto per la comunicazione: questa doppia conoscenza determina il contenuto della comunicazione. Infatti lo stesso identico contenuto puo' essere comunicato con lo stesso strumento in maniera del tutto diversa, sortendo risultati diversi sul soggetto che riceve la comunicazione.
Il soggetto a cui e' diretta la comunicazione puo' non essere interessato a ricevere comunicazioni o questo genere di comunicazioni, e questo vale sia che questi faccia trasparire o meno la propria disposizione. In ogni caso si tratta di comprenderne le ragioni, non solo logiche, ma, al di la' della logica, assolutamente emotive. Ogni chiusura alla comunicazione, salvo i casi particolari in cui sussistano spiegazioni unicamente logiche, e' determinata dalla paura. Quale colore assume questa paura, sara' questione da affrontare piu' avanti, ma in generale ogni chiusura e' una risposta negativa del nostro apparato psicologico binario: fuggi!
Davanti a questa possibilita' di reazione del soggetto a cui la comunicazione e' diretta, e' possibile una miriade di risposte, ad opera del soggetto che effettua la comunicazione. Oltre a quella gia' esaminata di trascurare completamente l'altro, vi e' quella di blandire la paura. E' la reazione di chi, aspettandosi la chiusura altrui, sviluppa, con la stessa comunicazione, o con altre comunicazioni parallele di tipo diverso, un'attivita' volta a ridurre la paura del destinatario della comunicazione principale, giocata eminentemente sulla confusione emozionale. Il soggetto destinatario viene blandito, perche' gli viene prospettato, in via preventiva, un quadro emotivo falso della situazione. Tale quadro emotivo e' realizzato tramite parole, gesti, suoni o altro. Il soggetto destinatario si confonde e non riconosce piu' come tale la fonte che genera paura, e, conseguentemente, accetta la comunicazione. C'e' pero' un terzo modo di trattare la paura del destinatario, quello piu' difficile, quello materialistico dialettico: affrontare direttamente la paura, con l'analisi delle sue cause, il coinvolgimento del destinatario nella sua rimozione, in sintesi con il contrasto della paura.
Per poter seguire il terzo modus operandi, il soggetto che effettua la comunicazione deve essere in grado di conoscere le sue proprie paure, ed in particolare quelle che lo spingono a blandire, piuttosto che ad intervenire a fondo. Infatti la cosa piu' strana e' che, a fronte di soggetti che cercano di comunicare, si presentano destinatari della comunicazione che manifestano paura, e che alla loro paura fa riscontro la paura del soggetto che vuol comunicare, il quale indietreggia subito verso una scelta, che gia' e' in contraddizione con la propria originaria comunicazione.
In altri termini, dentro il fatto della comunicazione, esiste tutto un problema di paure.
Quando il soggetto che effettua la comunicazione non prende in considerazione il destinatario, la sua comunicazione si traduce in una declamazione; quando il destinatario non e' considerato sotto il profilo del livello delle conoscenze, la comunicazione fluisce nell'astrazione. In simili casi il destinatario non capisce e la comunicazione fallisce il proprio obbiettivo: comunicare.
Quando il destinatario viene blandito, l'oggetto della comunicazione viene modificato dalla nuova base prospettata e si gettano contestualmente le basi per un conflitto successivo col destinatario.
Ora, nella societa' odierna, le comunicazioni si svolgono prevalentemente secondo quest'ultimo schema, e buona parte secondo il primo, ed e' proprio per questo motivo che nella comunicazione finisce paradossalmente per attuarsi l'assenza di comunicazione, e si sviluppa in generale quel comune senso, un tempo chiamato "incomunicabilita'", per cui gli esseri umani si trovano avvolti nella solitudine, pur relazionando con i loro simili.
La comunicazione chiama in causa la paura, ma la paura, quali cause ha alla base?
Infatti se la paura e' solamente una predisposizione derivante nella base animale degli esseri umani, il contenuto di questa paura, varia nel tempo e con l'azione delle differenti forze sociali che hanno operato nella storia. La paura, basata originariamente su fattori naturali, assume progressivamente i colori del sociale. Quando la proprieta' privata non aveva ancora fatto la sua comparsa storica, non sussistevano altre ragioni, per indurre una reazione di fuga, che quelle che tutti gli animali riscontrano, vale a dire il pericolo di aggressione da parte di forze naturali. Tali forze venivano avvertite sulla base dell'udito e del fiuto, piu' che su base visiva.
Ad un certo punto della storia i gruppi umani si sono scissi in classi al loro interno. La classe che ha assunto il dominio, contando sulla propria forza economica e sociale ha imposto agli altri il rispetto dei propri beni con la minaccia di nuovi pericoli e nuove aggressioni. Con il tempo queste minacce si sono sviluppate ed articolate fino a diventare un meccanismo sofisticato, che si articola non solo nelle sanzioni giuridiche, previste nelle leggi degli stati, ma nelle sanzioni economiche e sociali, nascoste nelle pieghe dell'organizzazione economica.
Una nuova paura percepita non piu' con l'ausilio del fiuto e dell'udito, ma avvertita con l'esperienza, con il confronto delle situazioni, con il controllo della propria posizione economica. Una nuova forma di paura, giocata sempre piu' eminentemente sul ricatto economico.
E' proprio il ricatto economico che alimenta le paure, mentre la loro base e' del tutto naturale.
Maggiori sono gli interessi coinvolti e maggiori sono le forze che alimentano la paura.
Fabrizio fa rilevare che il problema e' invece che proprio coloro che costituiscono la maggioranza della nostra societa' divisa in classi, e che rappresentano la massa proletaria, cedono solitamente alla paura, subiscono il ricatto economico. Mario fa rilevare inanzi tutto che il ricatto economico odierno e' molto piu' sofisticato che nel passato. Anche rilevarlo e' piu' difficile. Se nel passato risultava abbastanza evidente che i proletari non hanno da perdere che le loro catene, oggi e' molto piu' difficile vedere che e' proprio cosi'.
Sono proprio le comunicazioni interpersonali che non funzionano agli effetti di questa trasparenza, sono proprio le comunicazioni interpersonali, che si scontrano con i muri. Perche'? Questo e' il vero problema.
Perche' la comunicazione in maggioranza si attua senza contrasto effettivo della paura propria e della paura altrui, ed e' pertanto inefficace.
Apparentemente molte comunicazioni sono caratterizzate dal contrasto: esse esprimono l'ira, anche violenta, nei confronti del potere e delle istituzioni. Tali comunicazioni sono assolutamente comprensibili, ma rappresentano davvero degli sfoghi, fatti per se', per colui che li pronuncia, non per comunicare. Esse si risolvono in mere declamazioni, perche' non affrontano il problema di comunicare, e di comunicare con persone, che non necessariamente si trovano su una identica lunghezza d'onda.
Per comunicare e' necessario considerare le paure proprie e le paure altrui ed attuare una linea, che entri in dialettica col destinatario, per ottenerne una risposta. Ma come?
Il materialista non dialettico rifiuta di riconoscere la propria paura. Il suo principio non e' tanto "io non posso sbagliare", quanto "io non sono uno che ha paura". Da dove tragga questa conclusione e' facile vederlo: la sua analisi della realta' si ferma agli altri, di cui e' in grado di ritrarre i piu' sottili moti dell'animo. Quando si tratta di rivolgere l'arma della critica verso di se', manifesta tutte le esitazioni possibili per potersi non ferire. Normalmente rappresenta un quadro della realta' (sua, personale) monco, privo cioe' di ampi spazi, che egli non intende per nulla considerare. Il materialista adialettico sostiene che essi non sono importanti, che sono secondari nel quadro di se' stesso, omettendo di riconoscere, come insegna la dialettica, che, essendo tutto in movimento, un dettaglio ora secondario, puo' diventare, in altre condizioni, un elemento principale del quadro.
Questo sistema di analisi, l'omissione di una parte del quadro, il materialista metafisico la applica agli altri, e, quando si rapporta con loro tenta di comunicare, spinto proprio dalle proprie paure, con la rappresentazione di quadri monchi del reale. Per questa via egli blandisce il destinatario della comunicazione.
Non si deve pensare che questo modo di agire sia raro: esso e' al contrario estremamente diffuso, e trova tutte le piu' penose giustificazioni teoriche, e non riguarda solo le relazioni con gli altri piu' distanti nella cerchia sociale, ma i propri "cari", le persone piu' vicine, padri, madri, figli, innamorate, fidanzate, mogli... Nella vita quotidiana il sistema di blandire e' in contrasto con l'atteggiamento materialista conseguente: il materialista si batte per rappresentare la realta' per quello che e', compresi i dettagli scomodi.
L'atteggiamento scientifico viene fatto valere nella vita quotidiana, con la coscienza naturalmente che la realta' si disvela agli occhi di chiunque successivamente, pezzo dopo pezzo. E che quindi e' facile cadere nell'inganno e nella menzogna. Ma e' altrettanto necessario rialzarsi e battersi perche' la falsa rappresentazione del reale cessi, e cessi di rappresentarsi alle persone che ci sono piu' vicine.
Ben diverso, altro, ulteriore problema e' quello della circostanza che anche il destinatario della comunicazione ha paura e tende a rifiutare a priori la comunicazione, chiudendosi a riccio.
Il materialista dialettico affronta questo ulteriore problema studiando il modo, la forma della comunicazione.
Questo problema e' del tutto trascurato nel caso di comunicazione-invettiva, come in quello di comunicazione-astrazione, ed ovviamente in quello della comunicazione-blandimento. Nei primi due casi perche' chi comunica gia' crede di aver fatto tutto il necessario, ma trascura il destinatario della comunicazione, nel secondo caso perche' i problemi del destinatario della comunicazione sono affrontati appunto con la forma del blandirlo.
La forma della comunicazione dialettica e' sempre generata dalle caratteristiche dei problemi effettivi della persona con cui si vuol comunicare, dal dibattito interno che questi vive, e si attua acuendo il contrasto interno fra le cause che generano le paure e le ragioni, che militano a favore della scelta individuale di combattere contro tali paure.
Acuire il contrasto interno, contrastare, aiutare le forze interne progressive a prendere il sopravvento nel cervello e nelle emozioni, a dispetto delle chiusure e del ritorno al passato: ecco la linea operativa del materialista dialettico per poter comunicare, nella vita di tutti giorni. A principiare proprio dalle persone piu' vicine.
mercoledì 18 novembre 2009
lunedì 9 novembre 2009
12) IL PESO DEL MATRIARCATO
Siamo tornati, per altro verso, osserva Fabrizio, alla tematica cara a Federico Engels, vale a dire all'analisi della storia delle unioni primordiali ed alla loro evoluzione successiva. Resterebbe incerta invece la individuazione del momento in cui i divieti si sono sviluppati. Mario ritiene che, anche se puo' forse sembrare strano, pur in assenza di dati a comprova di una simile ipotesi, l'eta' dei taboo e' arrivata piuttosto tardi, per cui la famiglia originaria, caratterizzata da relazioni non selezionate tra i sessi, e' durata ben oltre il periodo di evoluzione degli ominidi.Per ora non esistono dati di nessun tipo che individuino con certezza il momento in cui si e' imposto il divieto. Anche l'esordio del matriarcato e' peraltro perplesso, come individuazione nel tempo. Potrebbe addirittura essere avanza l'ipotesi di un sistema matriarcale originario, se, sulla base delle recenti scoperte sull'attivita' dei primati, si assume il riferimento lo scimpanze' bonobo.
Il matriarcato, anche se acquisito alla specie umana dall'evoluzione animale, dovette passare per fasi evolutive, fino alla sua dissoluzione nel sistema patriarcale.
Se nella fase animale, come per il bonobo, la femmina si allontanava dal gruppo per cercare il proprio partner, bisogna inferirne che, ad un certo punto evolutivo, questo comportamento e' stato modificato. Questa modifica deve aver comportato un'accrescimento del potere della donna nell'ambito della comunita'.
Anche qui la datazione (per non parlare della individuazione delle fasi) assume connotati incerti.
Infine, circa il passaggio al sistema patriarcale, esso fu messo in relazione da Engels, con un'evoluzione interna alla fase di sviluppo dal sistema dei cacciatori raccoglitori a quello degli allevatori.
Le ricerche moderne hanno messo in dubbio la ricostruzione di due fasi, una antecedente di sviluppo dell'allevamento ed una susseguente di sviluppo dell'agricoltura, come formulato da Engels, in quanto essa non avrebbe trovato sinora un grande riscontro nei reperti archeologici e paleoantropologici. L'osservazione di Engels, sotto il profilo della costruzione teorica, risulta assolutamente logica. Le ricerche moderne, per converso, hanno fino ad ora operato sui dati uscenti dalle strutture urbane ed agricole, che sono apparse in medio Oriente forse 12.000 anni or sono. Resti paleoantropologici, a conferma di una evoluzione antecedente dello sviluppo dei popoli pastori, e' certamente piu' difficile.
Nuove tecnologie di ricerca stanno utilizzando il DNA dei reperti, per determinare il momento della domesticazione delle specie animali ed il luogo d'origine: tali investigazioni lasciano per ora comunque aperti parecchi interrogativi. Si potrebbe anche ricorrere ad un'ipotesi diversa, vale a dire quella di una contiguita' nelle trasformazioni e del carattere policentrico del loro sviluppo.
Tenendo conto di un periodo intermedio di ripetuti tentativi, effettuati dai popoli cacciatori raccoglitori, per passare all'allevamento, in una pluralita' di aree geografiche, e' ragionevole pensare che tale periodo di transizione sia databile dai ventimila anni or sono sino alla fase neolitica, e che in questo periodo cominciarono a sorgere i divieti alle relazioni indifferenziate tra i sessi.
In questo periodo nell'Asia Centrale dovette svilupparsi lo sviluppo della domesticazione delle specie animali e della pastorizia e, nel contempo, dovettero svilupparsi le condizioni per il sorgere della proprieta' mobiliare degli armenti, focalizzata sul punto della trasmissibilita' degli armenti per via patrilineare. Sulle prime tale novita' non parve per nulla una rivoluzione radicale, ma successivamente, col crescere delle dimensioni degli armenti, e con l'emersione di qual potere economico era conferito dalla proprieta' delle mandrie, il matriarcato fu ridotto progressivamente ai minimi termini.
Non solo, su questa base, il diritto di proprieta' privata si estese ad un bene che in origine non aveva nessun valore, la terra. Cambiarono cosi' i sistemi matriarcali e le istituzioni, a cui essi avevano dato vita.
In primo luogo la religione.
Gia' Bachofen aveva inferito la fase matriarcale dalle istituzioni religiose dei popoli successivi.
Oggi la tesi di Bachofen risulta ampiamente confermata dall'archeologia e dalla paleoantropologia.
Sono venute alla luce i simboli della Grande Dea, la Dea Madre, in una miriade di statuette risalenti al periodo mesolitico, databili a quarantamila anni a questa parte. A tutt'oggi, un paio di reperti sono stati attribuiti addirittura a 300.000 anni or sono.
Il culto della Dea Madre risulta non solo unico, ma anche uniforme.
Tale culto doveva risultare alle genti paleolitiche e mesolitiche l'unica conclusione logica possibile per spiegare i continui interrogativi a cui non si sapera dar risposta, in ordine ai fenomeni naturali, ed, in primo luogo, a quello della vita.
Per loro, un mondo caratterizzato da una pluralita' di entita' divine, come sarebbe poi stato, non aveva significato alcuno.
Nel corso del mesolitico e poi del neolitico, nonostante le novita' intervenute in tema di trasmissione patrilineare dell'eredita' di certi beni mobili, tutto questo non creo' gran scompiglio nel mondo del divino. Non lo creo' certo nelle organizzazioni sociali evolute allo stadio agrario.
Tra i piu' notevoli ritrovamenti, peraltro ancor poco conosciuti e considerati in occidente, stanno oggi giorno le citta' appartenute alla cultura di Tripolje - Cucuteni, per un periodo che va dal 5500 al 2700 a. C.
Queste comunita', che gia' avevano sviluppato l'arte vasaria e praticavano l'agricoltura, hanno lasciato, tra l'altro, un numero incredibile di statuette della Dea Madre.
In questa societa' permaneva il matriarcato, ma per ora e' difficile dire in quale forma e con quali connotazioni rispetto alle epoche precedenti. Per converso, i modelli delle statuette costituiscono in piena evidenza il tipo a cui si uniformera' la rappresentazione delle divinita' femminili presso i popoli anatolici, con la dea Cibele, e presso i Greci, con Demetra ed Hera, in pieno regime patriarcale.
E proprio la dea anatolica Cibele rimanda ad un periodo antecedente la creazione dei taboo. La dea infatti ha relazioni sessuali con il proprio figlio, anzi, essa costituisce la prima triade con il vecchio e il giovane, con il marito e il proprio figlio, con il marito che e' il proprio figlio, in cio' sintetizzando la continuita' della natura e la propria posizione di motore della vita nell'universo.
Questo si puo' ritenere ragionevolmente un indizio della circostaza che il commercio sessuale indifferenziato ha cominciato ad essere impedito solo da ventimila mila anni a questa parte.
In ogni caso, questi divieti hanno dato la stura a successive limitazioni, che in via evolutiva hanno condotto la famiglia a trasformarsi in quel rapporto di coppia che oggi e' davanti ai nostri occhi.
Aldo osserva che e' un po' difficile indicare date. La ricerca antropologica non e' stata in grado di reperire "fossili viventi" che presentino la caratteristica della sessualita' promiscua, e c'e' chi, su questa base, ha messo in dubbio l'effettivita' storica della fase promiscua.
La sessualita' promiscua e' tuttavia un fatto, costituendo l'anello mancante tra la sessualita' dell'uomo e quella del mondo animale. Chi la nega, lo fa perche' prigioniero del pregiudizio metafisico, per cui l'uomo non puo' essere considerato figlio del mondo animale.
domenica 8 novembre 2009
11) LA BASE DEL COMPLESSO EDIPICO
Dunque, rileva Aldo, Mario non ritiene che, nello sviluppare una qualunque analisi in ordine ad un qualunque problema, sia sufficiente limitarsi all'ambito razionale. Occorre anche andare a ripercorrere quello che e' l'ambito psicologico, soggettivo, traendolo fuori dalle brume di quello che nel passato era considerato l'"irrazionale". Mario conferma che il proprio punto di vista e' esattamente quello indicato da Aldo: i filosofi del passato hanno sempre lasciato un settore coperto dall'etichetta dell'irrazionalita', precluso alla logica umana ed eminentemente collegato a concetti mistici di vario genere, il sentimento, l'arte, il senso estetico, ecc.. Si tratta ora di regolare i conti con questo genere di misteri, a principiare dalla tematica dei sentimenti, riconoscendone la sua razionalita', seppur derivante da un meccanismo cerebrale diverso da quello razionale. Si tratta di riconoscere che ogni essere umano e', nel suo cervello, diviso in due: da un lato il complesso apparato capace di fotografare minuziosamente la realta', di realizzare associazioni di idee, realizzarne astrazioni e generalizzazioni, elabore sequele di concetti, e poi trarre conclusioni operative circa il come districarsi nelle varie situazioni, secondo un programma che deriva dai concetti elaborati. Da un altro lato un apparato emotivo che produce scosse emotive primarie, che inducono nella vita pratica reazioni fondamentali per decidere il da farsi.Da un lato un apparato razionale che si e' sviluppato in profondita' ed articolazione come effetto di una lunga storia di relazioni sociali, dall'altro lato un apparato emotivo che proviene agli esseri umani da un'altra storia, ben piu' lunga, che e' quella dell'evoluzione delle specie animali, e che compare insieme all'altro come sostrato irriducibile.
Solo il pregiudizio non materialistico, ma completamente metafisico, che fa dell'uomo un che di assolutamente diverso dall'animale, assolutamente contrapposto, perche' dotato di attributi di forgia divina,e solo il preconcetto per cui l'animale e' un essere moralmente inferiore, per cui i suoi comportamenti devono essere stigmatizzati e non imitati, hanno consentito di mettere a fuoco dentro l'uomo stesso la presenza di un sostrato autenticamente animale, consistente in una componente cerebrale fondamentale.
Corrispondentemente si e' impedita l'analisi delle due componenti, e l'individuazione, nella storia della societa' umana, della fonte delle peregrinazioni e delle traversie, che ha subito l'apparato razionale, nella sua contrapposizione all'apparato emotivo, ricostruita a partire dal momento originario in cui non esisteva alcun apparato concettuale, perche' tutto era da formarsi, mentre era sufficinte (e piu' che sufficiente) ad ogni esponente del mondo animale utilizzare come guida per l'azione il gioco delle spinte emotive fondamentali.
Una spinta in avanti, verso cio' che attraeva, una spinta all'indietro verso cio' che repelleva.
Una spinta veicolata dagli odori che stimolavano ad agire, l'altra spinta veicolata dagli odori, ma soprattutto dai suoni, che incutevano paura.
Cio' che costituisce il sistema parallelo nel cervello di ogni essere umano, il suo apparato emotivo, e' per l'appunto il meccanismo binario automatico di attrazione e di paura. Ogni scelta umana, proprio per questo, non puo' essere considerata il frutto puro di una valutazione secondo ragione.
Ogni scelta umana, ogni concreto comportamento del singolo, come del gruppo, va letto ripartendo l'analisi in relazione alle due sfere di elaborazione cerebrale, perche' queste sfere sono compresenti e, conseguentemente, interferiscono.
L'analisi si deve estendere, obbligatoriamente, proprio allo svilupparsi di queste interferenze, anche al fine di poter agire, riducendo od eliminando le interferenze stesse.
In questo quadro e' anche possibile trovare il riscontro obbiettivo di parecchi dei caposaldi della teoria di Sigmund Freud, che escono dalle brume della raffigurazione mitologica (ad esempio il complesso di Edipo), per recuperare un'identita' per troppo tempo celata sotto la onnicomprensiva parola "istinto".
Fabrizio interviene chiedendo se Mario con questo intenda proprio dire che il complesso di Edipo si basa su spinte emotive consuete per gli animali e trasmesse inalterate nell'uomo.
Mario conferma e precisa che per ogni specie animale e' stato sufficientemente riscontrato che non esiste alcuna remora alla sessualita' della prole con i propri genitori. O meglio, che l'unica remora e' l'intervento del padre (il Laio di turno) ad allontanare i maschi, quale propri antagonisti sessuali. L'evoluzione della famiglia umana, ad un certo punto della storia, ha dovuto comportare necessariamente il divieto, imposto nei gruppi sociali, di intrattenere rapporti con i propri familiari, prima diretti e poi collaterali. Questi divieti, sanzionati in principio con mille fonti di paura, e cioe' con un meccanismo "naturale" hanno alterato l'originario equilibrio sussistente su base animale, ed hanno introdotto un meccanismo tale da mettere in contrasto una parte della natura umana, come lentamente evoluta sulla sua base fino ad allora, la spinta sessuale indifferenziata, con un'altra parte di quella medesima natura, la controspinta della paura, sulla base delle nuove esigenze sociali (i divieti e i taboo).
L'aver creato questo meccanismo, se ha rappresentato in quei tempi remoti un rilevantissimo progresso sociale, per gli strumenti che ha utilizzato, la natura contro la natura e la violenza del gruppo verso il singolo componente, ha comportato anche la base per un disaccordo permanente tra due parti dello stesso cervello. Tale disaccordo sarebbe venuto alla luce quando si sarebbe persa conoscenza delle ragioni pratiche della violenza sociale, dopo cioe' che al ricordo di fatti concreti che, pur nelle brume del mistero relativo alle cause, avevano spinto gli esseri umani ad adottare le nuove regole selettive delle relazioni sociali, si era sostituito il dovere, imposto da un'entita' trascendente, di rispettare quelle regole.
Non appena la metafisica si e' impossessata del fenomeno, non appena la sanzione da terrena e per fatti terreni si e' trasformata in divina e si e' creata la violazione della misteriosa volonta' divina, l'equilibrio, rotto da tempo in potenza, si e' trasformato in squilibrio definitivo. Ogni riequilibrio era possibile solo molto tempo dopo, quando gli uomini hanno cominciato a restituire alla ragione proprio le cause di quelle grandi modifiche ed a generalizzare queste scoperte. L'opera di Sigmund Freud e' stata meritoria, proprio perche' ha concluso, in termini di terapia, che per curare e' necessario parlare, spiegare, chiarire e portare alla coscienza.
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