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mercoledì 18 novembre 2009

13) UN PASSO INDIETRO: LA COMUNICAZIONE
La discussione, a questo punto, deve pero' tornare sui propri passi, riprendendo la tematica della vita di tutti i giorni, a partire dalle relazioni affettive. S'impone innanzi tutto, sostiene Mario, un esame del modo in cui si sviluppa la comunicazione interpersonale nell'odierna organizzazione sociale. Aldo osserva di aver sempre creduto che la comunicazione fosse un fatto neutro, uno strumento utile per trasmettere informazioni e formazione. Fabrizio, per contro, rileva che un conto e' il proprio pensiero ed un conto e' il modo in cui il soggetto a cui ci rivolgiamo, lo percepisce: in mezzo ci sta la comunicazione.
Mario osserva che il problema sta proprio cosi', ma va ancora piu' in la'. La comunicazione appare sulle prime come uno strumento del tutto inerte, posto come un ponte fra due soggetti. Successivamente si nota che esiste una fisionomia specifica di ciascuno dei due soggetti, nonche' una fisionomia del ponte, ogni fisionomia concorre a determinare il risultato, vale a dire cio' che passa attraverso il ponte. Questo e' un problema fondamentale nell'educazione, ma lo e' nella politica, nell'attivita' dei mass media, questo e' un problema fondamentale nella vita sociale, come lo e' nella vita di tutti i giorni.
Solo che nell'attivita' di tutti i giorni, non si ha a che fare con un problema educativo, e neanche politico, neanche giornalistico, e nemmeno sociale: almeno questo e' quello che comunemente si crede. Corrispondentemente viene alzato un muro tra l'attivita' educativa, politica, giornalistica e sociale da una parte, e la vita quotidiana dall'altra. La vita di tutti i giorni viene sterilizzata, per quel che concerne la comunicazione, ed in fondo, quello che pensava Aldo e' esattamente questo: nella vita ordinaria la comunicazione e' mero strumento inerte, nella vita politica, educativa, nell'attivita' dei mass media, la comunicazione e' degna di interesse ed estremamente rilevante.
Due settori diversi dunque: il pubblico ed il privato. Peccato che il muro non abbia alcuna ragione di esistere; esso e' infatti: meramente psicologico. Ovvero corrisponde a quel "pudore" che e' stato notato al principio della discussione, quando si parlava della vita quotidiana.
Sembra di sentire nelle orecchie chi strilla "Si deve parlare in generale, non si devono trattare questioni personali!" Solo che le questioni personali coinvolgono subito il problema della comunicazione, per cui finiscono nella sterilizzazione di tutti gli altri problemi che vi ruotano intorno.
Il soggetto che deve comunicare e' sempre posto davanti ad un'alternativa: comunicare prendendo in considerazione il soggetto a cui e' diretta la comunicazione, o, semplicemente, emettere la comunicazione, indipendentemente da ogni considerazione in ordine al soggetto che deve ricevere la comunicazione. La seconda strada e' sicuramente la piu' difficile, perche' fortemente accidentata.
Essa infatti comporta non solo la conoscenza del soggetto che deve ricevere la comunicazione, ma anche quella del mezzo scelto per la comunicazione: questa doppia conoscenza determina il contenuto della comunicazione. Infatti lo stesso identico contenuto puo' essere comunicato con lo stesso strumento in maniera del tutto diversa, sortendo risultati diversi sul soggetto che riceve la comunicazione.
Il soggetto a cui e' diretta la comunicazione puo' non essere interessato a ricevere comunicazioni o questo genere di comunicazioni, e questo vale sia che questi faccia trasparire o meno la propria disposizione. In ogni caso si tratta di comprenderne le ragioni, non solo logiche, ma, al di la' della logica, assolutamente emotive. Ogni chiusura alla comunicazione, salvo i casi particolari in cui sussistano spiegazioni unicamente logiche, e' determinata dalla paura. Quale colore assume questa paura, sara' questione da affrontare piu' avanti, ma in generale ogni chiusura e' una risposta negativa del nostro apparato psicologico binario: fuggi!
Davanti a questa possibilita' di reazione del soggetto a cui la comunicazione e' diretta, e' possibile una miriade di risposte, ad opera del soggetto che effettua la comunicazione. Oltre a quella gia' esaminata di trascurare completamente l'altro, vi e' quella di blandire la paura. E' la reazione di chi, aspettandosi la chiusura altrui, sviluppa, con la stessa comunicazione, o con altre comunicazioni parallele di tipo diverso, un'attivita' volta a ridurre la paura del destinatario della comunicazione principale, giocata eminentemente sulla confusione emozionale. Il soggetto destinatario viene blandito, perche' gli viene prospettato, in via preventiva, un quadro emotivo falso della situazione. Tale quadro emotivo e' realizzato tramite parole, gesti, suoni o altro. Il soggetto destinatario si confonde e non riconosce piu' come tale la fonte che genera paura, e, conseguentemente, accetta la comunicazione. C'e' pero' un terzo modo di trattare la paura del destinatario, quello piu' difficile, quello materialistico dialettico: affrontare direttamente la paura, con l'analisi delle sue cause, il coinvolgimento del destinatario nella sua rimozione, in sintesi con il contrasto della paura.
Per poter seguire il terzo modus operandi, il soggetto che effettua la comunicazione deve essere in grado di conoscere le sue proprie paure, ed in particolare quelle che lo spingono a blandire, piuttosto che ad intervenire a fondo. Infatti la cosa piu' strana e' che, a fronte di soggetti che cercano di comunicare, si presentano destinatari della comunicazione che manifestano paura, e che alla loro paura fa riscontro la paura del soggetto che vuol comunicare, il quale indietreggia subito verso una scelta, che gia' e' in contraddizione con la propria originaria comunicazione.
In altri termini, dentro il fatto della comunicazione, esiste tutto un problema di paure.
Quando il soggetto che effettua la comunicazione non prende in considerazione il destinatario, la sua comunicazione si traduce in una declamazione; quando il destinatario non e' considerato sotto il profilo del livello delle conoscenze, la comunicazione fluisce nell'astrazione. In simili casi il destinatario non capisce e la comunicazione fallisce il proprio obbiettivo: comunicare.
Quando il destinatario viene blandito, l'oggetto della comunicazione viene modificato dalla nuova base prospettata e si gettano contestualmente le basi per un conflitto successivo col destinatario.
Ora, nella societa' odierna, le comunicazioni si svolgono prevalentemente secondo quest'ultimo schema, e buona parte secondo il primo, ed e' proprio per questo motivo che nella comunicazione finisce paradossalmente per attuarsi l'assenza di comunicazione, e si sviluppa in generale quel comune senso, un tempo chiamato "incomunicabilita'", per cui gli esseri umani si trovano avvolti nella solitudine, pur relazionando con i loro simili.
La comunicazione chiama in causa la paura, ma la paura, quali cause ha alla base?
Infatti se la paura e' solamente una predisposizione derivante nella base animale degli esseri umani, il contenuto di questa paura, varia nel tempo e con l'azione delle differenti forze sociali che hanno operato nella storia. La paura, basata originariamente su fattori naturali, assume progressivamente i colori del sociale. Quando la proprieta' privata non aveva ancora fatto la sua comparsa storica, non sussistevano altre ragioni, per indurre una reazione di fuga, che quelle che tutti gli animali riscontrano, vale a dire il pericolo di aggressione da parte di forze naturali. Tali forze venivano avvertite sulla base dell'udito e del fiuto, piu' che su base visiva.
Ad un certo punto della storia i gruppi umani si sono scissi in classi al loro interno. La classe che ha assunto il dominio, contando sulla propria forza economica e sociale ha imposto agli altri il rispetto dei propri beni con la minaccia di nuovi pericoli e nuove aggressioni. Con il tempo queste minacce si sono sviluppate ed articolate fino a diventare un meccanismo sofisticato, che si articola non solo nelle sanzioni giuridiche, previste nelle leggi degli stati, ma nelle sanzioni economiche e sociali, nascoste nelle pieghe dell'organizzazione economica.
Una nuova paura percepita non piu' con l'ausilio del fiuto e dell'udito, ma avvertita con l'esperienza, con il confronto delle situazioni, con il controllo della propria posizione economica. Una nuova forma di paura, giocata sempre piu' eminentemente sul ricatto economico.
E' proprio il ricatto economico che alimenta le paure, mentre la loro base e' del tutto naturale.
Maggiori sono gli interessi coinvolti e maggiori sono le forze che alimentano la paura.
Fabrizio fa rilevare che il problema e' invece che proprio coloro che costituiscono la maggioranza della nostra societa' divisa in classi, e che rappresentano la massa proletaria, cedono solitamente alla paura, subiscono il ricatto economico. Mario fa rilevare inanzi tutto che il ricatto economico odierno e' molto piu' sofisticato che nel passato. Anche rilevarlo e' piu' difficile. Se nel passato risultava abbastanza evidente che i proletari non hanno da perdere che le loro catene, oggi e' molto piu' difficile vedere che e' proprio cosi'.
Sono proprio le comunicazioni interpersonali che non funzionano agli effetti di questa trasparenza, sono proprio le comunicazioni interpersonali, che si scontrano con i muri. Perche'? Questo e' il vero problema.
Perche' la comunicazione in maggioranza si attua senza contrasto effettivo della paura propria e della paura altrui, ed e' pertanto inefficace.
Apparentemente molte comunicazioni sono caratterizzate dal contrasto: esse esprimono l'ira, anche violenta, nei confronti del potere e delle istituzioni. Tali comunicazioni sono assolutamente comprensibili, ma rappresentano davvero degli sfoghi, fatti per se', per colui che li pronuncia, non per comunicare. Esse si risolvono in mere declamazioni, perche' non affrontano il problema di comunicare, e di comunicare con persone, che non necessariamente si trovano su una identica lunghezza d'onda.
Per comunicare e' necessario considerare le paure proprie e le paure altrui ed attuare una linea, che entri in dialettica col destinatario, per ottenerne una risposta. Ma come?
Il materialista non dialettico rifiuta di riconoscere la propria paura. Il suo principio non e' tanto "io non posso sbagliare", quanto "io non sono uno che ha paura". Da dove tragga questa conclusione e' facile vederlo: la sua analisi della realta' si ferma agli altri, di cui e' in grado di ritrarre i piu' sottili moti dell'animo. Quando si tratta di rivolgere l'arma della critica verso di se', manifesta tutte le esitazioni possibili per potersi non ferire. Normalmente rappresenta un quadro della realta' (sua, personale) monco, privo cioe' di ampi spazi, che egli non intende per nulla considerare. Il materialista adialettico sostiene che essi non sono importanti, che sono secondari nel quadro di se' stesso, omettendo di riconoscere, come insegna la dialettica, che, essendo tutto in movimento, un dettaglio ora secondario, puo' diventare, in altre condizioni, un elemento principale del quadro.
Questo sistema di analisi, l'omissione di una parte del quadro, il materialista metafisico la applica agli altri, e, quando si rapporta con loro tenta di comunicare, spinto proprio dalle proprie paure, con la rappresentazione di quadri monchi del reale. Per questa via egli blandisce il destinatario della comunicazione.
Non si deve pensare che questo modo di agire sia raro: esso e' al contrario estremamente diffuso, e trova tutte le piu' penose giustificazioni teoriche, e non riguarda solo le relazioni con gli altri piu' distanti nella cerchia sociale, ma i propri "cari", le persone piu' vicine, padri, madri, figli, innamorate, fidanzate, mogli... Nella vita quotidiana il sistema di blandire e' in contrasto con l'atteggiamento materialista conseguente: il materialista si batte per rappresentare la realta' per quello che e', compresi i dettagli scomodi.
L'atteggiamento scientifico viene fatto valere nella vita quotidiana, con la coscienza naturalmente che la realta' si disvela agli occhi di chiunque successivamente, pezzo dopo pezzo. E che quindi e' facile cadere nell'inganno e nella menzogna. Ma e' altrettanto necessario rialzarsi e battersi perche' la falsa rappresentazione del reale cessi, e cessi di rappresentarsi alle persone che ci sono piu' vicine.
Ben diverso, altro, ulteriore problema e' quello della circostanza che anche il destinatario della comunicazione ha paura e tende a rifiutare a priori la comunicazione, chiudendosi a riccio.
Il materialista dialettico affronta questo ulteriore problema studiando il modo, la forma della comunicazione.
Questo problema e' del tutto trascurato nel caso di comunicazione-invettiva, come in quello di comunicazione-astrazione, ed ovviamente in quello della comunicazione-blandimento. Nei primi due casi perche' chi comunica gia' crede di aver fatto tutto il necessario, ma trascura il destinatario della comunicazione, nel secondo caso perche' i problemi del destinatario della comunicazione sono affrontati appunto con la forma del blandirlo.
La forma della comunicazione dialettica e' sempre generata dalle caratteristiche dei problemi effettivi della persona con cui si vuol comunicare, dal dibattito interno che questi vive, e si attua acuendo il contrasto interno fra le cause che generano le paure e le ragioni, che militano a favore della scelta individuale di combattere contro tali paure.
Acuire il contrasto interno, contrastare, aiutare le forze interne progressive a prendere il sopravvento nel cervello e nelle emozioni, a dispetto delle chiusure e del ritorno al passato: ecco la linea operativa del materialista dialettico per poter comunicare, nella vita di tutti giorni. A principiare proprio dalle persone piu' vicine.

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