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lunedì 26 ottobre 2009

10) DUE SETTORI DEL CERVELLO UMANO
Osserva Fabrizio che in tal modo Mario pare proporre una sintesi di materialismo e dottrina freudiana. Gli scrittori materialisti mal si combinano tuttavia con chi, come Freud, ha sempre assunto un atteggiamento di chiusura in se' stesso.
Mario risponde che non si tratta di dar vita ad alcuna sintesi: tale sarebbe un'operazione logica a priori, una mera, idealistica costruzione del pensiero. E' invece la realta', nel suo movimento, che ha reso evidente che l'analisi, condotta dai materialisti nel passato, e' risultata del tutto insufficiente a spiegare i fenomeni del modo reale. Cio' non vuol dire che l'analisi fosse erronea, anzi! Cio' vuol dire solo che una parte del mondo reale non era ancora caduta sotto l'esame rigoroso del materialismo. Eppure questa assenza di analisi si intravedeva chiaramente.
Ad ognuno di voi e' infatti capitato di dover rispondere a questa semplice domanda: perche', se gli esseri umani ricevono i piu' grandi chiarimenti teorici, tuttavia non si comportano di conseguenza, accettando le opinioni piu' giuste e opponendosi alle opinioni piu' erronee? Che tradotta in altri termini puo' suonare: perche' le masse non seguono le opinioni sociali piu' avanzate, abbattendo governi corrotti, protettori della ricchezza dei pochi?
Se leggiamo la stampa o il net di questi tempi (ma leggiamo pure la stampa del passato) questa domanda assilla la mente del grande pensatore, come dell'umile proletario.
Questa domanda e' estremamente giusta ed e' estremamente corretto porsela: forse bisognerebbe porsela piu' spesso.
C'e' qualcosa che non quadra. Se la prova sta nel pudding, e' evidente che di primo acchito stiamo sbagliando noi: il pudding e' immangiabile!
Perche' i materialisti stanno sbagliando? Perche' essi hanno fermato la loro analisi. I materialisti piu' semplici finiscono per rispondere: e' una questione di ignoranza, c'e' molta gente che non sa, la colpa e' di costoro. I materialisti piu' acculturati rispondono: Il problema sono gli interessi materiali: nel nostro mondo evoluto, le briciole degli extraprofitti monopolistici corrompono gli strati superiori della classe operaia, senza contare l'allargamento della classe media, l'espulsione dei contadini poveri dalla campagna, ecc.. Alla fine dell'analisi, pero' anche gli acculturati finiscono per rispondere che in ogni caso esiste l'ignoranza sovrana.
Sicuramente materialisti semplici ed acculturati arrivano ad una conclusione non detta: urge la necessita' di un intervento culturale, perche' chi non sappia, possa sapere.
Tale intervento nel passato era assunto in carico dagli intellettuali che svolgevano un'opera poderosa di educazione, come informazione e formazione delle masse piu' povere. Qualcosa del genere oggi non esiste piu'.
Sicuramente dunque la conclusione di cui sopra, benche' inespressa, resta una conclusione esatta dei materialisti.
Tuttavia, indipendentemente da tale conclusione, c'e' un punto della faccenda che non viene esaurito dalle considerazioni sovraesposte. Sia il materialista piu' semplice, che il materialista piu' acculturato, impostano la questione come se bastasse illuminare con lo scibile gli esseri umani, per ottenerne la positiva conseguenza della crescita di coscienza. Le cose non vanno per nulla cosi'. Solo in certe condizioni gli esseri umani si dispongono a riconoscere lo scibile come patrimonio che urge acquisire, solo in certe condizioni si passa ad una coscienza superiore.
Ma in quali condizioni?
I materialisti acculturati trarrebbero un vantaggio solo dalla cessazione degli influssi negativi delle classi dominanti, dalla cessazione della distribuzione delle briciole da parte dell'oligarchia finanziaria. Ma tale cessazione e' impensabile per un lungo lasso di tempo. I corruttori continueranno a corrompere ed anche in maniera crescente. E' questa la ragione per cui molti materialisti hanno cercato di sfuggire a questo problema ricorrendo ai "paesi sottosviluppati".
Oggi questa scappatoia, di andare a cercare all'estero i portatori dell'ideologia sana, dello sviluppo delle coscienze, si e' dimostrata totalmente inutile: i paesi del terzo e quarto mondo marciano imperturbabili sulla strada della riproduzione delle condizioni capitalistiche dell'occidente, riproducendo gli stessi problemi che si trovano ad affrontare i materialisti occidentali in tema di educazione di massa.
Dunque: in quali condizioni si passa ad una coscienza superiore?
Se si ha il coraggio di guardare in faccia la realta' ci si accorge subito che gli esseri umani aderiscono o non aderiscono ad una idea, nella misura in cui una parte del loro pensiero, la sfera emotiva, e' disposta a farlo. E gli esseri umani lo fanno anche se operano in gruppo, e quindi se vanno valutati come massa e non come singolo. Cio' corrisponde in pieno all'esperienza personale di ogni individuo.
Ci sono due settori che operano contemporaneamente nel cervello di ciascuno: un settore e' quanto chiamiamo la sfera razionale. Tramite i processi logici, tale settore esamina la realta' e la valuta alla stregua dei canoni della logica: con cio' rappresenta la realta' anche a se' stesso e pone in essere i mezzi teorici per procedere alla trasformazione, ritornando nella pratica.
Contestualmente a questo settore opera il secondo settore: le sue reazioni sono assolutamente razionali, ma il suo movimentio appare a tutta prima del tutto irrazionale, vale a dire in possibile netto contrasto col settore razionale. Il secondo settore, che e' quanto chiamiamo la sfera emotiva, in realta' opera secondo leggi sue proprie, che e' necessario investigare e conoscere bene per portarlo sotto l'egida della razionalita'.
Questo secondo settore, benche' non sia rappresentativo della realta', e' una guida per tornare alla pratica, e' una guida nella vita di tutti i giorni. E' una guida che coesiste con l'altra parte del cervello, quella razionale, e che opera insieme ad essa tutti i giorni, ma, spesso e volentieri, interferendo con la sfera razionale, in maniera tale che le nostre decisioni esprimono la risultante dell'azione contestuale di entrambe i settori.

venerdì 23 ottobre 2009

9) LA VITA DI RELAZIONE QUOTIDIANA
Mario riporta la discussione sulla vita di tutti i giorni ed alle altre relazioni sociali, diverse da quelle economiche, entro cui si muovono gli esseri umani.
Se si sottrae dal quadro d'insieme l'intero gruppo delle relazioni economiche, cio' che rimane e' principalmente il gigantesco gruppo delle relazioni affettive. A fianco, sulle prime appare separato il gruppo di relazioni legate agli interessi culturali, sportivi, ricreativi, estetici, tecnici, ecc. Ed infine il gruppo ampio delle relazioni politiche.
L'analisi materialistica della vita di tutti i giorni, non puo' saltare a pie' pari proprio il secondo gruppo, quello delle relazioni affettive.
Aldo rileva che finora i materialisti hanno considerato i problemi affettivi come una propaggine o una pertinenza del meccanismo economico, e quindi hanno sussunto le relazioni affettive sotto i principi di quelle economiche. Hanno ritenuto cioe' degne di interesse queste relazioni solo nella misura in cui esplicitano le relazioni sociali economiche, le relazioni di classe in particolare.
Mario osserva che, in verita' alcuni materialisti fin dal principio si sono occupati delle relazioni sociali affettive. Non si puo' non ricordare il celebre lavoro di F. Engels, sull'Origine della famiglia, della proprieta' privata e dello stato, ripubblicato ancora in Italia nel 2006. Vero e' che lo sforzo analitico di Engels (e dei suoi predecessori, tra cui H.L. Morgan e J.J. Bachofen), il suo vivace spirito critico e gli spunti offerti per una prosecuzione d'analisi, hanno avuto grande difficolta' ad una generalizzazione. Oggi, non solo c'e' stato uno straordinario sviluppo delle scoperte storiche, archeologiche ed antropologiche, che ha confermato pienamente le linee analitiche del materialista Engels, ma, a partire dalla meta' del secolo scorso si e' sviluppato un ampio movimento sociale, che ha determinato un grande sconvolgimento dei rapporti affettivi. Se non si puo' non rilevare la presenza di cause economiche alle origini di questa crisi della famiglia, non si puo' si puo' sottacere che i nuovi fenomeni hanno manifestato in tutta evidenza dinamiche, che non possono piu' essere ridotte in tutta semplicita' alle relazioni economiche.
Osserva Fabrizio che la tematica della famiglia e le sue dinamiche sono state oggetto anche dell'intervento di intellettuali, operanti nell'ambito della psicologia, come e' il caso di Sigmund Freud e della psicoanalisi. Freud, ricorda Fabrizio, e' stato oggetto di accese discussioni tra i materialisti, con adesioni entusiastiche, reinterpretazioni e scomuniche, culminate in un memorabile dibattito sul finire degli anni 20 del secolo scorso. Stando alle premesse di Mario anche Freud e' da considerarsi un materialista, e conseguentemente anche coloro che, in seguito, hanno sostenuto le sue tesi.
Mario concorda con l'osservazione di Fabrizio, per cui la tematica delle relazioni familiari e' stata analizzata non solo da Engels, ma anche da Freud.
Mario conferma che la posizione intellettuale di S. Freud e' a buon diritto da considerarsi materialistica, anche se il materialismo freudiano si arresta sulla porta della storia, ha cioe' difficolta' estrema a vedere che i fenomeni indagati sono fenomeni che si sviluppano nella storia.
Ma in ogni caso S. Freud ha per primo fondato la psicologia su una base materiale, su una congerie di fatti reali incontestabili, fornendo le spiegazioni razionali delle contraddizioni della nostra mente, poggiandole tutte su una base oggettiva, ai problemi della sessualita' degli esseri umani. Tutta la psicologia precedente e successiva, da chiunque patrocinata, non e' riuscita mai ad uscire da ricostruzioni soggettive o formalistiche.
Pertanto, benche' sia oggi necessario ricercare la spiegazione ai quesiti irrisolti della dottrina freudiana nella dinamica della storia, Freud rappresenta un momento insopprimibile della discussione sulla famiglia.
Fabrizio fa osservare che, pero', proprio il dibattito degli anni '20 ha finito per fare arenare la questione del rapporto tra materialismo e psicoanalisi in una grande secca. I piu' coerenti materialisti dell'epoca non sono andati oltre la creazione di costruzioni astratte lontane dalla realta', in quanto mai verificate dai fatti (il caso W. Reich).
Mario fa osservare che dopo ottanta-novanta anni la situazione non puo' mai essere piu' la stessa.
Oggi risulta evidente che il grande dibattito degli anni '20 fu condotto su una strada sterile per effetto delle direttive staliniane, che indussero molti validi scrittori a rimangiarsi le loro stesse convinzioni originarie (vedi il caso di G. Politzer). Ma, soprattutto, dalla meta' del secolo, i veli sulla crisi della famiglia sono stati squarciati da opere che hanno messo a nudo, in tutta la sua interezza, la grande trasformazione che era in atto nei rapporti affettivi (Vedasi il Rapporto di A. Kinsey).
L'opera di Kinsey fu una mera fotografia, in quanto basata su una serie di dati statistici, ma come tale drammatica, perche' in netto contrasto con quello che gli uomini (gli statunitensi) credevano di essere. Come fotografia essa non coglieva l'aspetto dinamico del problema, che cioe' i rapporti erano in movimento; e soprattutto non descriveva ovviamente lo sviluppo che le relazioni affettive avrebbero avuto di li' a sessanta anni. Questo ulteriore sviluppo era ancora in nuce.
Pero' fu un sasso nello stagno, ed aiuto' in questo modo poderosamente l'evoluzione che stava per seguire, fornendo ai materialisti uno strumento eccezionale di comprensione.
Contro i rapporti di Kinsey si scaglio' l'ondata dei moralisti. Come sempre, attenzione, quando si e' di fronte ad una importante scoperta scientifica, ecco che una parte dell'umanita' cerca di arginare l'afflusso del progresso scientifico, usando come strumento la regola morale, il buon nome della tradizione.
Non esistono argomenti logici che possono arginare una scoperta scientifica e costoro non li trovano: puramente e semplicemente, introducono nel ragionamento, in luogo dell'analisi critica conseguente, un'idea indimostrata, calata dal cielo.
E cio' accade nel grande come nel piccolo. Cio' accade anche nelle piccole cose della vita quotidiana.
Ecco come, praticamente, si introduce l'idealismo nel quadro di un ragionamento fino a quel punto coerente.
Naturalmente la forza delle cose, cioe' il loro movimento incessante, ha ragione, prima o poi, delle superfetazioni idealistiche, le quali crollano nella vecchia formulazione, per tornare a galla da altre parti.
Come e' crollato il moralismo nei confronti di Kinsey, perche' la sua fotografia e' risultata poi coerente con altre istantanee scattate su base planetaria, e perche' la foto di Kinsey si e' presto modificata nelle mani sue e dei moralisti, con lo sviluppo di quelle tendenze di crisi familiare che nelle osservazioni di Kinsey erano ancora latenti. A distanza di venti anni, anche grazie ai moralisti, il mondo si era gia' dimenticato quasi del tutto del Dr. Kinsey.
Gia' meno di venti anni dopo il mondo e' in rivolta: gli studenti di Berkeley diventano il simbolo dei diritti di liberta' nel mondo intero e si trascinano dietro gli aneliti di liberta' e di progresso di tutte le nazioni. Specie in Europa il movimento degli studenti da' gli spunti, il coraggio e la stura al grande movimento operaio dei primi anni sessanta e settanta, che rovescia, in paesi come il nostro, tutto il vecchiume legislativo (da noi ancora legato all'ottocento ed al sistema autoritario fascista), introducendo norme evolute in materia civile e, guarda caso, in materia di famiglia (1970: divorzio, 1975: riforma del diritto di famiglia).
Proprio in materia di rapporti affettivi il movimento del '68 e' assolutamente dirompente: la vecchia famiglia, cosi' come era stata tramandata in ogni stato, viene assoggettata a una critica radicale. Freud viene riscoperto e rivitalizzato. C'e' chi cerca di applicare le proprie analisi critiche nella costruzione di nuovi rapporti familiari non legalizzati.
Si legge e si scrive moltissimo. Nascono nuove forme di espressione lettararia e di comunicazione.

martedì 20 ottobre 2009

8) UNA SPESA MATERIALISTICA
Aldo si stupisce e chiede se Mario intenda dire che l'analisi della merce e' utile anche per andare al mercato. Mario ribadisce che e' proprio cosi'. Per l'esattezza questa e' una delle porte, e ce ne sono tante, che introducono alla vita quotidiana. La sorpresa espressa da Aldo e' l'espressione della circostanza che finora non si e' cercato di considerare il materialismo come l'impostazione di tutti i giorni, ma una dottrina da studiare al di fuori di quella che e' la vita. Non solo questo valga come esempio per tutte le questioni della vita quotidiana: si tratta di superare la porta che conduce dalla teoria astratta, valida per i casi "nobili", e la sua applicazione nel concreto, ai casi "vili".
Mario si impegna ora a fornire alcune delucidazioni sull'applicazione della ben nota teoria del valore lavoro alla vita quotidiana.
Un significativo esempio puo' essere fornito dalla circostanza che il valore di una merce corrisponde al lavoro in essa racchiuso. Il prezzo, che per questa analisi e' solo un'entita' ballerina che esprime il valore, dovendo esprimere il valore, risulta tanto piu' elevato, quanto piu' elevata e' la quantita' di lavoro racchiusa nella merce.
Da tale circostanza deriva che, nel fare la spesa, le merci in vendita vanno esaminate in base al lavoro in esse racchiuso e non in base ad altri parametri.
Se due prodotti pressoche' simili vengono posti in vendita a prezzo diverso, bisogna domandarsi in cosa consiste la differenza di prezzo. La merce piu' cara puo' racchiudere un quid pluris che la merce meno cara non contiene. Tale elemento in piu' potrebbe essere lavoro derivante dalla reclame. In tal caso non viene venduta una merce. L'acquirente si compra la merce piu' la reclame. Di solito tuttavia la reclame favorisce il sorgere di un piccolo "monopolio": il nome del prodotto reclamizzato raggiunge piu' potenziali acquirenti e lo rende "noto". Questa circostanza rende i prodotti concorrenti meno noti o per nulla noti, con l'effetto di indebolirne la capacita' di concorrenza. Per effetto del monopolio il prezzo si innalza al di sopra del valore in esso contenuto e cosi', in pratica, viene venduto il prodotto ad un prezzo che non e' solo piu' alto perche' vi e' contenuto in piu' il lavoro speso per la reclame, ma per una parte non corrispondente ad alcun lavoro effettuato per la produzione di quella merce, o, ancora, in altri termini, la reclame viene pagata ad un prezzo piu' alto del suo contenuto di valore.
Stando al tuo ragionamento, osserva Fabrizio, ci sono un mucchio di persone, che, benche' istintivamente materialiste, si fanno ingannare, per non dire che si comportano come veri allocchi.
Aldo esprime il suo parere per cui le persone che vanno al mercato appartengo a classi e strati sociali ben diversi. Il proletario molte volte non puo' spendere, essendo privo di grandi mezzi economici, per cui si dirige su quello dei due prodotti che costa di meno.
Mario rileva che entrambe le osservazioni sono parzialmente esatte, infatti ha ragione Fabrizio a rilevare la sussistenza di un inganno, racchiuso nella reclamizzazione dei prodotti. Tuttavia la conclusione di Fabrizio in ordine al comportamento di molti materialisti istintivi non e' esatto. L'acquisto di merce solo perche' ben reclamizzata non e' un mero problema di rappresentazione mentale deli acquirenti, non coinvolge cioe' soltanto la sfera della conoscenza, per cui e' solo uno che "sa poco" colui che si compra la reclame a caro prezzo.
E' una ragione psicologica quella che emerge in evidenza in questi casi e che spinge le persone a preferire il bene reclamizzato. Il movente psicologico sostituisce, nel cervello di queste persone, qualunque possibile riflessione in ordine alla razionalita' di una scelta diversa.
Si inserisce, nel quadro piano di una logica materialistica, un elemento apodittico sostenuto da una pulsione apparentemente irrazionale. E cio' vale per persone, come dimostra eloquentemente l'esperienza comune, che risultano dotate anche di grandi capacita' razionali e critiche, e non sono per nulla persone che "sanno poco".
Circa la capacita' di spesa di operai, contadini poveri e nullatenenti e' esatto che proprio loro sono spinti dalla ristrettezza della borsa a scegliere il prodotto meno caro. Tuttavia un'osservazione molto comune di cio' che accade in pratica scopre che anche le fasce piu' povere comprano di preferenza il prodotto reclamizzato, magari privandosi di altri prodotti di consumo necessari.
Cio' sembrerebbe dare credito all'osservazione di Fabrizio, applicata al caso specifico. Sembrerebbe un problema di basso livello di conoscenza la scelta del piu' povero di preferire un prodotto reclamizzato in luogo di un altro piu' a buon mercato, ma non cosi' noto.
Anche in questo caso, sebbene a tutta prima risulti facile trarre la conseguenze che propone Fabrizio, esiste una spinta psicologica verso la preferenza della merce reclamizzata, che annulla ogni possibile riflessione in ordine ad una scelta diversa.
Se costituisce dunque un'attivita' materialistica conseguente la controinformazione sulle merci oggetto della spesa, essa e' tanto piu' da apprezzare, e foriera di risultati, quanto piu' essa retroagisce fino a chiarire la base obbiettiva su cui effettuare i paragoni, vale a dire la circostanza che il valore delle merci e' costituito dal lavoro mediamente necessario per produrle.
In sostanza, obietta Aldo, si tratta di rispondere con un supplemento di conoscenza ad una spinta psicologica, che e' stata in grado di far tacere le esigenze di conoscenza: ad avviso di Aldo questa sarebbe una bella contraddizione.
Mario rileva che la contraddizione esiste, e' nella realta' e si puo' enunciare cosi' in termini generali: qualunque spinta psicologica tende a svilupparsi in sostituzione dell'attivita' razionale, ogni spinta psicologica puo' essere limitata con cio' solo che le si puo' opporre socialmente, vale a dire: o un'altra spinta psicologica operante in senso inverso, o una opposta attivita' razionale (educazione).

mercoledì 14 ottobre 2009

7) RELAZIONI SOCIALI E VITA DI TUTTI I GIORNI
Aldo interviene chiedendo se allora per Mario esistono altre regole etiche che guidano i materialisti nella vita di tutti i giorni. Mario fa osservare che, come si è ricavato un principio di verità, non si debba escludere che si possano ricavare altri principi. Ma intende rimarcare come la critica radicale della morale corrente (o delle morali correnti), formulata da Fabrizio, rimanga comunque alla base della concezione materialistica. Pare doveroso parlare di etica, in via preliminare, proprio perchè ci si è assunti il compito di gettare luce su come opera il materialismo nella vita quotidiana. Infatti nella vita di relazione comune è del tutto consueto incappare in ragionamenti e comportamenti, che vengono valutati alla stregua di principi morali di differente provenienza. Se è immediata la critica dei materialisti ai pre-giudizi etici, resta uno scoglio da affrontare proprio la posizione etica dei materialisti, che sui pre-giudizi non fondano assolutamente il loro pensiero. Il dibattito che precede è servito giusto ad impostare materialisticamente proprio questa questione. Aldo si domanda però come analizzare il grande campo della vita quotidiana: in esso rientrano una totalità di vicende, ognuna delle quali sembra sulle prime avere una propria totale autonomia, poi, a ben guardare, si scopre che essa è legata non solo ad altre vicende, ma ad altre problematiche, a volte di grande momento, e che pertanto è impossibile analizzarla da sola. Mario fa osservare che tutto questo è assolutamente esatto, ma non è questa una ragione per non affrontare e rimandare la soluzione del problema. In effetti fino ad ora si è fatto così, ma ora i tempi sono cambiati e noi siamo forzati a cambiare.In passato si è manifestata come una sorta di pigrizia: i materialisti si sono occupati dei grandi problemi, ma hanno manifestato non poche difficoltà ad applicare le loro fondamentali scoperte teoriche all'ambito che dovrebbe essere più consueto: le scelte di ogni giorno.In questo campo non è mai piaciuto addentrarsi e discutere. Strano davvero, perchè proprio nella vita di tutti i giorni si presentano ad ognuno i grandi problemi teorici studiati in astratto. Il bello è che, mentre del tutto correttamente i materialisti sono andati a cercare nell'esperienza pratica la base di riferimento per i loro approfondimenti teorici, quando si è trattato di ritornare con siffatti arricchimenti all'esperienza quotidiana, hanno saputo solo aggiornare la discussione. Fabrizio fa notare che ripetutamente è stato creato un muro divisiorio tra ciò che è "personale" e ciò che è teorico, come se il "personale" non potesse diventare mai oggetto di analisi da parte di terzi, ma dovesse essere protetto oltre che dalle intrusioni (il che è giusto), anche dagli sguardi indiscreti. Una sorta di pudore verso l'esterno. Certamente in tutto ciò c'è qualcosa di strano, perchè non è ammissibile per il materialismo non discutere di tutto. Sicuramente nella vita di tutti i giorni compare un intricato viluppo di problemi, che risulta difficile riordinare. Per giunta nella vita di tutti i giorni si incontrano problemi "scottanti", che a tanta gente non piace per nulla discutere o richiamare su di essi l'attenzione. Mario richiama l'attenzione su quelli che sono i problemi della vita di tutti i giorni. Sulle prime essi appaiono in modo caotico, sembrando addirittura un mare entro il quale perdersi. Ma, guardando un po' piu' dappresso ogni faccenduola, anche la piu' insignificante, ci si accorge che tutte le questioni sono riconducibili a grandi categorie, in cui non e' rilevante tanto il contenuto dell'operazione materiale, che si va compiendo, quanto le relazioni umane entro cui tali operazion materiali si vanno compiendo. Quando vado a comprare tre grosse viti per fare una riparazione in casa, cio' che entra in gioco non e' soltanto il fatto materiale di un acquisto, scambio tra una somma di denaro e la merce, ne' quello del movimento nel negozio di ferramenta, ne' quello del ritorno a casa, ne' quello precedente della individuazione del bene necessario: questo e' cio' che appare a prima vista, cio' che sembra a tutta prima. Ma quando ci si riflette a fondo le cose non stanno cosi'. La cosa rilevante e' il contenuto sociale della mia attivita', la circostanza che tutta questa vicenda si svolga nel quadro di relazioni sociali ben definite, che a volte emergono in evidenza ed altre volte rimangono sullo sfondo del tutto invisibili. Proprio perche' le relazioni sociali rimangono invisibili, la maggioranza degli esseri umani le trascura ed ha difficolta' in ogni caso di tenerle in considerazione, svolgendo ogni attivita' esattamente come se tali relazioni non esistessero, e scoprendo successivamente che qualcosa e' andato storto rispetto al programma. Ma ecco che a questo punto, nel momento cioe' di dispiegare la critica piu' consequenziale, si manifesta la tendenza, per nulla materialistica, di ricercare le ragioni dei fallimenti altrove, ma non nella relazione sociale e nella sua dinamica interna.

Esaminiamo tutto un po' piu' dappresso.

Tornando al caso delle tre viti, per lo meno una relazione sociale e' stata a fondo indagata dai materialisti da oltre un secolo e mezzo: e' la compera, relazione tra l'acquirente e il venditore, relazione racchiusa nello scambio delle merci, anche se la seconda merce non assume la forma di un valore d'uso, bensi' del denaro, merce equivalente generale. La disamina condotta nella celebre "Critica dell'economia politica" (1859) ad opera di K. Marx, costituisce ancor oggi un modello insuperato, dal momento in cui, in oltre un secolo e mezzo nessuno degli illustri critici e' mai riuscito a contrapporre un quid, capace di sostituire il lavoro, quale misura dei valori delle merci.

Va da se' che la generalita' degli esseri umani ha difficolta' a valersi dell'analisi marxiana, specie perche' tale analisi e' stata negletta da parte degli stessi materialisti, ritenendo che, agli effetti dell'azione "politica", tale analisi non fosse essenziale, come anche non fosse essenziale la sua conoscenza e divulgazione.

Aldo interviene per sottolineare che in effetti queste sono state proprio le sue idee e le sue impressioni, dal momento che un illetterato, benche' materialista, non sa cosa farsene di una teoria cosi' astratta e cosi' complicata: l'uso pratico ne sarebbe vanificato.

Mario rileva invece che proprio l'illetterato trarrebe grande vantaggio dalla riflessione sull'analisi della merce, e cio' almeno per due motivi: 1) l'analisi della merce, come espressione del lavoro, non e' solo una espressione di una nobilitazione dell'attivita' lavorativa del piu' umile operaio, ma e' fondamentale per capire come fare "la spesa";

2) l'analisi della merce, rivelando che, dietro all'apparenza di mera operazione tra cose, si cela una relazione fra esseri umani, apre la strada a mettere a fuoco il fatto che tutti i momenti della nostra vita sono inquadrati in relazioni sociali, e che se noi vogliamo riuscire a capirli, non possiamo fare a meno di concentrare la nostra attenzione proprio su tali relazioni sociali.














domenica 11 ottobre 2009

6) MATERIALISMO ED ETICA

Fabrizio si domanda se la concezione materialistica, applicata al quotidiano, visto che confligge con i luoghi comuni correnti, e, tra di loro, con la morale comune, debba far riferimento ad una concezione etica speciale. Fabrizio osserva che, in passato, si è ripetuta la proposizione di 'morali alternative', ma che esse, lungi dal sviluppare soluzioni materialistiche dei problemi, hanno indotto moralismo e bigotteria. Mario rileva che il problema non è correttamente impostato: la concezione materialistica consiste innanzi tutto, come s'è detto, in una critica radicale di quelle idee, che vengono intrufolate di continuo nella piana analisi dei fatti, e che non corrispondono alla realtà nel suo movimento. Si deve concordare pienamente con Fabrizio sul punto che il materialismo è critica della morale corrente. Ma l'analisi non può limitarsi a tale osservazione. Più esattamente il materialismo è la critica delle regole di comportamento (correnti o meno, comuni o no), che vengono usate come tappo idealistico agli interrogativi che comporta l'analisi della realtà materiale, e che godono della pretesa di essere una buona "guida per l'azione" utile nella generalità dei casi. Il materialismo altresì è la critica volta a indagare le origini storiche delle regole morali, che, lungi dall'essere valide in ogni tempo ed in ogni luogo, sono frutto di un lungo processo storico che le differenzia radicalmente e le individua come espressione di interessi, che non sempre sono destinati a convergere. Fabrizio insiste, chiedendo se Mario non si trovi d'accordo a sostenere che dunque, per il materialismo, regole morali sono destinate a non esistere, e cioè che i materialisti non hanno etica, ma solo critica dell'etica corrente. Mario ritiene invece che la conclusione di Fabrizio sia molto affrettata. Sicuramente il problema della morale ha costituito uno scoglio per i materialisti, sostiene Mario. Di certo si può fare un'affermazione, egli continua, in ordine alla circostanza che un materialismo non dialettico sia arrivato coerentemente al rigetto della morale corrente. Ma i tentativi di superare il problema con un salto (o creando ex abrupto una nuova etica, o sollevando l'apparente stendardo della mancanza di morale, per cui il fine giustifica i mezzi), sono tutti nufragati nelle più sconcertanti assurdità. Come affrontare il problema, dunque, evitando salti? Mario fa notare che l'impostazione materialista comincia a risovere da sè il problema. Nell'impostazione materialistica è già implicito un atteggiamento etico. Infatti tutti i materialisti si distinguono proprio perchè descrivono, rappresentano, dipingono il mondo della realtà, così come esso è, ed i materialisti arrivati alla dialettica lo dipingono nel suo costante movimento. Più precisamente i materialisti si sforzano di rappresentare il reale in maniera sempre più approfondita, avvicinandosi sempre di più all'oggetto della conoscenza. E' ben su questa strada che essi hanno incontrato la dialettica, e cioè quando, insoddisfatti, sono passati a rappresentare l'oggetto in movimento. Ora il materialista non può certo sostenere che sia logico, o coerente, applicare il predetto atteggiamento all'analisi delle contraddizioni economiche, all'analisi storica, alle scienze naturali, e poi, nella vita di tutti i giorni, far uso del sistema opposto di infarcire la propria esistenza e quella dei propri simili di una congerie sistematica di bugie. Che ciò accada invece tutti i santi giorni è faccenda che andrà esaminata fondo per comprenderne le cause e le dinamiche, ma ciò non toglie minimamente che il materialista dialettico, esaminando attentamente il problema, non potrà non concludere che nel materialismo è implicito un fondamentale atteggiamento morale, che deve operare coerentemente in ogni campo della vita umana senza eccezioni. Viene spontaneo chiedersi se questo atteggiamento morale implicito sorga antecedentemente o successivamente all'analisi materialistica: potrebbe supporsi che la scelta di agire in conformità del principio di ricerca della verità debba manifestarsi prima dell'agire stesso. Questa impostazione acquisisce parvenza di verità solo nella misura in cui il problema è posto in maniera astratta, al di fuori cioè di ogni connessione con la storia plurimillenaria che ha costituito l'ossatura della genesi del principio morale di verità. Sono state le esperienze ripetute di naufragio sul piano pratico a creare l'obbligo morale di ricercare l'esatta verità, l'esigenze di operare una trasformazione del reale che risultavano frustrate ogni volta che la rappresentazione della realtà risultava imperfetta. Un succedersi di insuccessi che ha infine convinto a seguire una strada ben definita. Sta di fatto che questa morale è stata applicata piano piano, successivamente, a tutti i settori del progresso scientifico.\ Sono stati i materialisti, invece, proprio quelli che, per primi, hanno demolito il muro che separava il campo scientifico dagli altri settori della vita, ed hanno preteso l'applicazione di leggi scientifiche anche nel campo del sociale e della sua storia. Sta il fatto che l'abbattimento del muro contiene implicitamente un'altro passo: l'applicazione dei principi scientifici e dell'etica della verità ad ogni altro settore della vita, e, tra di loro, alla politica ed alla vita di tutti giorni.
La storia del principio etico di verità costituisce dunque un esempio di come si generi e si sviluppi la morale per i materialisti, che, lungi dal riferirsi ad una idea astratta apparentemente data ma non dimostrata, trovano nella stessa vita i principi di riferimento. La morale non costituisce dunque una salsina con cui dar sapore a tutti i piatti, ma un principio di riferimento, funzionale alla trasformazione del reale.
Fabrizio rileva, a questo punto, che anche il celeberrimo "il fine giustifica i mezzi", risponde alla caratteristica di essere funzionale alla trasformazione del reale, e che tale principio è nato nell'esperienza politica. Aldo è in verità perplesso, non gli pare legittimo sconfinare dall'analisi della realtà alle decisioni politiche: l'analisi è analisi, la politica è attività materiale che segue un'analisi. Sta a Mario, che ha lanciato il sasso, dare una risposta in ordine alla giustificazione dei mezzi tramite i fini. Mario fa osservare che il ragionamento da lui seguito, è un ragionamento piano, che non salta di palo in frasca.La prima regola morale dei materialisti, il principio di verità, è trovata da questi nella loro storia, che è la storia dei progressi delle scienze, ed assume un carattere onnivalente. Il principio "il fine giustifica i mezzi" non è stato mai proposto da nessuno nel quadro di un ragionamento piano, volto a chiarirne il significato, la genesi e la portata. Esso è stato sempre proposto apoditticamente, cioè sempre con la veste formale di tutti i più noti principi morali. Sotto il profilo del contenuto logico dell'espressione, esso pare dapprima esprimere un truismo: chiunque voglia perseguire un fine, deve predisporne i mezzi materiali per raggiungerlo. Ma il significato riposto dell'espressione è altro: tutti sanno che essa intende dire che, per raggiungere uno scopo, non bisogna mai discriminare il mezzo utilizzato, anche se esso comporta il male e la sofferenza di altri esseri umani. L'espressione è generale e si rivolge a tutti i fini, non a questo o quel fine in particolare.Si potrebbe tradurla allora precisando che è rivolta solo ai fini buoni. Essa suonerebbe così: "il fine buono giustifica tutti i mezzi, anche quelli cattivi". Bisognerebbe però precisare ancora, dal momento che una regola non può valere per tutti i fini buoni, dal momento che il fine, che è buono per alcuni, è poi cattivo per altri. Essa dovrebbe suonare allora così: "il fine buono per talune persone, giustifica tutti i mezzi, anche quelli cattivi. Per le altre persone no". A questo punto la regola si perde nella soggettiva individuazione di chi è buono e di chi ha le idee buone, per cui essa finisce per trasformarsi nella seguente: "Tutti coloro che ritengono di aver ragione sono giustificati quando fanno uso di mezzi cattivi". Il famoso principio, rovesciato come un calzino, esprime ora palesemente il proprio contenuto: E' giustificata nella storia l'azione di chiunque, anche in maniera sanguinaria, persegua i propri obbiettivi." E siccome la storia degli esseri umani è storia ininterrotta di violenze, tale principio non fa altro che giustificare la storia di queste violenze e queste stesse violenze. In altri termine esprime la concezione che sarà, dopo Machiavelli, ammessa e non concessa la riferibilità a quest'ultimo del principio in questione, ancora di Hobbes e del liberalismo inglese. Dunque un principio presente in un certo materialismo, non arrivato ancora alla dialettica, che cerca di affrontare in maniera razionale i problemi scottanti che pongono la storia e la politica, che all'epoca presentavano vistose incrostazioni moralistiche, in netto contrasto con la crudezza degli avvenimenti, che cerca di liberarsi delle incrostazioni predette, ma che non riesce ancora a concepire il movimento dentro la storia e le sue cause materiali. Mentre il principio di verità i materialisti dialettici lo ricavano dentro la storia ed il suo movimento materiale, i materialisti metafisici del passato ricavavano il principio del fine che giustifica i mezzi, trasponendo sul piano della morale (cioè del dover essere) ciò che essi conoscevano del passato e che era stato sino a quel momento. Ma ancor più interessante è porre attenzione alla differenza di fondo tra le due etiche, tra i due principi: il fine che giustifica i mezzi è un principio morale, è regola di comportamento: nasce come giustificazione del passato e del presente, ma diviene giustificazione del futuro, come regola di un corretto agire da applicare quotidianamente. Il principio di verità del materialismo evoluto non è una giustificazione del passato e del presente, ma una regola di opportunità nata dalla storia. E' sì regola di un corretto agire da applicare quotidianamente, ma la sua bontà resta sempre da verificarsi in concreto, nel fuoco della vita, e dunque anche nel fuoco della vita quotidiana e dell'esperienza di tutti i giorni. E' dunque una morale nuova, non fissa, non statica, non buona per condire tutti i piatti, ma una morale vivente, in movimento.