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domenica 11 ottobre 2009

6) MATERIALISMO ED ETICA

Fabrizio si domanda se la concezione materialistica, applicata al quotidiano, visto che confligge con i luoghi comuni correnti, e, tra di loro, con la morale comune, debba far riferimento ad una concezione etica speciale. Fabrizio osserva che, in passato, si è ripetuta la proposizione di 'morali alternative', ma che esse, lungi dal sviluppare soluzioni materialistiche dei problemi, hanno indotto moralismo e bigotteria. Mario rileva che il problema non è correttamente impostato: la concezione materialistica consiste innanzi tutto, come s'è detto, in una critica radicale di quelle idee, che vengono intrufolate di continuo nella piana analisi dei fatti, e che non corrispondono alla realtà nel suo movimento. Si deve concordare pienamente con Fabrizio sul punto che il materialismo è critica della morale corrente. Ma l'analisi non può limitarsi a tale osservazione. Più esattamente il materialismo è la critica delle regole di comportamento (correnti o meno, comuni o no), che vengono usate come tappo idealistico agli interrogativi che comporta l'analisi della realtà materiale, e che godono della pretesa di essere una buona "guida per l'azione" utile nella generalità dei casi. Il materialismo altresì è la critica volta a indagare le origini storiche delle regole morali, che, lungi dall'essere valide in ogni tempo ed in ogni luogo, sono frutto di un lungo processo storico che le differenzia radicalmente e le individua come espressione di interessi, che non sempre sono destinati a convergere. Fabrizio insiste, chiedendo se Mario non si trovi d'accordo a sostenere che dunque, per il materialismo, regole morali sono destinate a non esistere, e cioè che i materialisti non hanno etica, ma solo critica dell'etica corrente. Mario ritiene invece che la conclusione di Fabrizio sia molto affrettata. Sicuramente il problema della morale ha costituito uno scoglio per i materialisti, sostiene Mario. Di certo si può fare un'affermazione, egli continua, in ordine alla circostanza che un materialismo non dialettico sia arrivato coerentemente al rigetto della morale corrente. Ma i tentativi di superare il problema con un salto (o creando ex abrupto una nuova etica, o sollevando l'apparente stendardo della mancanza di morale, per cui il fine giustifica i mezzi), sono tutti nufragati nelle più sconcertanti assurdità. Come affrontare il problema, dunque, evitando salti? Mario fa notare che l'impostazione materialista comincia a risovere da sè il problema. Nell'impostazione materialistica è già implicito un atteggiamento etico. Infatti tutti i materialisti si distinguono proprio perchè descrivono, rappresentano, dipingono il mondo della realtà, così come esso è, ed i materialisti arrivati alla dialettica lo dipingono nel suo costante movimento. Più precisamente i materialisti si sforzano di rappresentare il reale in maniera sempre più approfondita, avvicinandosi sempre di più all'oggetto della conoscenza. E' ben su questa strada che essi hanno incontrato la dialettica, e cioè quando, insoddisfatti, sono passati a rappresentare l'oggetto in movimento. Ora il materialista non può certo sostenere che sia logico, o coerente, applicare il predetto atteggiamento all'analisi delle contraddizioni economiche, all'analisi storica, alle scienze naturali, e poi, nella vita di tutti i giorni, far uso del sistema opposto di infarcire la propria esistenza e quella dei propri simili di una congerie sistematica di bugie. Che ciò accada invece tutti i santi giorni è faccenda che andrà esaminata fondo per comprenderne le cause e le dinamiche, ma ciò non toglie minimamente che il materialista dialettico, esaminando attentamente il problema, non potrà non concludere che nel materialismo è implicito un fondamentale atteggiamento morale, che deve operare coerentemente in ogni campo della vita umana senza eccezioni. Viene spontaneo chiedersi se questo atteggiamento morale implicito sorga antecedentemente o successivamente all'analisi materialistica: potrebbe supporsi che la scelta di agire in conformità del principio di ricerca della verità debba manifestarsi prima dell'agire stesso. Questa impostazione acquisisce parvenza di verità solo nella misura in cui il problema è posto in maniera astratta, al di fuori cioè di ogni connessione con la storia plurimillenaria che ha costituito l'ossatura della genesi del principio morale di verità. Sono state le esperienze ripetute di naufragio sul piano pratico a creare l'obbligo morale di ricercare l'esatta verità, l'esigenze di operare una trasformazione del reale che risultavano frustrate ogni volta che la rappresentazione della realtà risultava imperfetta. Un succedersi di insuccessi che ha infine convinto a seguire una strada ben definita. Sta di fatto che questa morale è stata applicata piano piano, successivamente, a tutti i settori del progresso scientifico.\ Sono stati i materialisti, invece, proprio quelli che, per primi, hanno demolito il muro che separava il campo scientifico dagli altri settori della vita, ed hanno preteso l'applicazione di leggi scientifiche anche nel campo del sociale e della sua storia. Sta il fatto che l'abbattimento del muro contiene implicitamente un'altro passo: l'applicazione dei principi scientifici e dell'etica della verità ad ogni altro settore della vita, e, tra di loro, alla politica ed alla vita di tutti giorni.
La storia del principio etico di verità costituisce dunque un esempio di come si generi e si sviluppi la morale per i materialisti, che, lungi dal riferirsi ad una idea astratta apparentemente data ma non dimostrata, trovano nella stessa vita i principi di riferimento. La morale non costituisce dunque una salsina con cui dar sapore a tutti i piatti, ma un principio di riferimento, funzionale alla trasformazione del reale.
Fabrizio rileva, a questo punto, che anche il celeberrimo "il fine giustifica i mezzi", risponde alla caratteristica di essere funzionale alla trasformazione del reale, e che tale principio è nato nell'esperienza politica. Aldo è in verità perplesso, non gli pare legittimo sconfinare dall'analisi della realtà alle decisioni politiche: l'analisi è analisi, la politica è attività materiale che segue un'analisi. Sta a Mario, che ha lanciato il sasso, dare una risposta in ordine alla giustificazione dei mezzi tramite i fini. Mario fa osservare che il ragionamento da lui seguito, è un ragionamento piano, che non salta di palo in frasca.La prima regola morale dei materialisti, il principio di verità, è trovata da questi nella loro storia, che è la storia dei progressi delle scienze, ed assume un carattere onnivalente. Il principio "il fine giustifica i mezzi" non è stato mai proposto da nessuno nel quadro di un ragionamento piano, volto a chiarirne il significato, la genesi e la portata. Esso è stato sempre proposto apoditticamente, cioè sempre con la veste formale di tutti i più noti principi morali. Sotto il profilo del contenuto logico dell'espressione, esso pare dapprima esprimere un truismo: chiunque voglia perseguire un fine, deve predisporne i mezzi materiali per raggiungerlo. Ma il significato riposto dell'espressione è altro: tutti sanno che essa intende dire che, per raggiungere uno scopo, non bisogna mai discriminare il mezzo utilizzato, anche se esso comporta il male e la sofferenza di altri esseri umani. L'espressione è generale e si rivolge a tutti i fini, non a questo o quel fine in particolare.Si potrebbe tradurla allora precisando che è rivolta solo ai fini buoni. Essa suonerebbe così: "il fine buono giustifica tutti i mezzi, anche quelli cattivi". Bisognerebbe però precisare ancora, dal momento che una regola non può valere per tutti i fini buoni, dal momento che il fine, che è buono per alcuni, è poi cattivo per altri. Essa dovrebbe suonare allora così: "il fine buono per talune persone, giustifica tutti i mezzi, anche quelli cattivi. Per le altre persone no". A questo punto la regola si perde nella soggettiva individuazione di chi è buono e di chi ha le idee buone, per cui essa finisce per trasformarsi nella seguente: "Tutti coloro che ritengono di aver ragione sono giustificati quando fanno uso di mezzi cattivi". Il famoso principio, rovesciato come un calzino, esprime ora palesemente il proprio contenuto: E' giustificata nella storia l'azione di chiunque, anche in maniera sanguinaria, persegua i propri obbiettivi." E siccome la storia degli esseri umani è storia ininterrotta di violenze, tale principio non fa altro che giustificare la storia di queste violenze e queste stesse violenze. In altri termine esprime la concezione che sarà, dopo Machiavelli, ammessa e non concessa la riferibilità a quest'ultimo del principio in questione, ancora di Hobbes e del liberalismo inglese. Dunque un principio presente in un certo materialismo, non arrivato ancora alla dialettica, che cerca di affrontare in maniera razionale i problemi scottanti che pongono la storia e la politica, che all'epoca presentavano vistose incrostazioni moralistiche, in netto contrasto con la crudezza degli avvenimenti, che cerca di liberarsi delle incrostazioni predette, ma che non riesce ancora a concepire il movimento dentro la storia e le sue cause materiali. Mentre il principio di verità i materialisti dialettici lo ricavano dentro la storia ed il suo movimento materiale, i materialisti metafisici del passato ricavavano il principio del fine che giustifica i mezzi, trasponendo sul piano della morale (cioè del dover essere) ciò che essi conoscevano del passato e che era stato sino a quel momento. Ma ancor più interessante è porre attenzione alla differenza di fondo tra le due etiche, tra i due principi: il fine che giustifica i mezzi è un principio morale, è regola di comportamento: nasce come giustificazione del passato e del presente, ma diviene giustificazione del futuro, come regola di un corretto agire da applicare quotidianamente. Il principio di verità del materialismo evoluto non è una giustificazione del passato e del presente, ma una regola di opportunità nata dalla storia. E' sì regola di un corretto agire da applicare quotidianamente, ma la sua bontà resta sempre da verificarsi in concreto, nel fuoco della vita, e dunque anche nel fuoco della vita quotidiana e dell'esperienza di tutti i giorni. E' dunque una morale nuova, non fissa, non statica, non buona per condire tutti i piatti, ma una morale vivente, in movimento.


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